Da venerdì gli Stati Uniti smettono i panni di faro dei diritti civili. Annullare il diritto all’aborto rappresenta una grave violazione alle libertà personali delle donne ma anche un punto di rottura rispetto a tutte le democrazie occidentali. È la vittoria del più becero trumpismo. E ora tocca all’Europa diventare baluardo delle libertà, una su tutti quella all’autodeterminazione. Se non capiamo questo, se non comprendiamo che la sentenza della Corte USA non è uno schiaffo alle sole donne americane ma un attacco a tutte le donne e gli uomini che ogni giorno scelgono la democrazia, allora siamo davvero in pericolo.

La cronaca l’hanno ben scandita i quotidiani di tutto il mondo: negli Stati Uniti d’America, il diritto volontario all’interruzione di gravidanza passa di fatto da costituzionale ad amministrativo ovvero in balia delle decisioni, opinioni e ideologie di una certa amministrazione. Tredici degli Stati dell’Unione sono pronti ad applicare leggi iper-restrittive, e a ricongiungersi con gli altri sette che già lo fanno. L’effetto immediato sarà l’allargamento della forbice tra ricchi e poveri: le donne che potranno, pagheranno viaggi e cliniche per “comprare” il diritto a scegliere del proprio futuro. Le altre, rischieranno la vita o metteranno al mondo figli che non vogliono e che nessuna legge insegnerà loro a desiderare, amare e sfamare. Si tornerà all’aborto clandestino, alle mammane, alle morti sotto i ferri durante gli aborti. Le statistiche sono chiare, in America come nella vicina Polonia, dove alle donne ucraine stuprate dagli invasori russi viene negato l’aborto. Impedire a una donna di esercitare il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza non vuol dire evitare un aborto ma esclusivamente mettere in pericolo la vita presente di quella donna e ipotecare quella del figlio non voluto. Scrive Jia Tolentino su The New Yorker: «Chiunque di voi rimarrà incinta d’ora in poi dovrà affrontare la realtà che metà del Paese è nelle mani di legislatori che credono che la vostra personalità e autonomia siano condizionate, che credono che, se siete ingravidate da un’altra persona, in qualsiasi circostanza, abbiate il dovere legale e morale di sottoporvi alla gravidanza, al parto e, con ogni probabilità, a due o più decenni di assistenza, indipendentemente dalle conseguenze permanenti e potenzialmente devastanti per il vostro corpo, per il vostro cuore, per la vostra mente, per la vostra famiglia, per la vostra capacità di mettere il cibo in tavola, per i vostri progetti, per le vostre aspirazioni, per la vostra vita».

Non sono contraria, anzi, al dibattito sulla difesa della vita e sugli incentivi alla natalità ma una decisione simile significa tornare indietro di 50 anni e scatenerà una vera e propria guerra civile in America. Alcuni Stati stanno mettendo in discussione la decisione della consulta, ed è una buona notizia: la protesta si allarga e l’ultima parola ancora non è scritta.

Non lasciare scelta non è garanzia di una scelta migliore. Mai. La prima caratteristica dei diritti è che non si pagano, la seconda è che hanno da contraltare dei doveri ma ancor prima – la prerogativa senza la quale di diritti non si può nemmeno iniziare a parlare – è che sono di tutti, indipendentemente dai corpi. I diritti non hanno genere e non si parcellizzano.

Cosa sta succedendo? Da dove arriva e dove arriverà questa spinta reazionaria? Cosa accadrà dopo aver trasformato i corpi e i destini delle donne in un affar di Stato? Dopo aver politicizzato quella che è la scelta più dolorosa nella vita di una donna?

Non lo so e non nascondo la mia preoccupazione. È un’offensiva che non ha precedenti dal primo dopoguerra. Un’offensiva che ci trova stremati e distratti, dopo due anni di pandemia e di difficoltà economiche, seguite da una guerra che ha stroncato sul nascere una ripresa non solo economica. Non è un caso che il primo dei diritti a essere attaccato sia quello dell’aborto, il più fragile perché il più esposto alla coscienza individuale, il più privato e intimo. Non ho ricette ma sono fermamente convinta che l’antidoto a questa lenta e finora inarrestabile involuzione siamo noi. La mia generazione che ha combattuto ed è scesa in piazza per conquistare quei diritti. Le generazioni che sono seguite e per le quali quei diritti erano acquisiti, scontati. Insieme, dobbiamo vigilare, tener desta l’attenzione, non dar nulla per scontato, risvegliarci dal torpore e alzare di nuovo la voce. Dobbiamo farlo per le donne americane e per tutte le donne. Per le argentine e le messicane che quel diritto hanno conquistato per la prima volta, per le polacche che l’hanno perso del tutto, per le afghane, per le quali semplicemente la parola diritto è ormai una chimera. Dobbiamo farlo per le nostre figlie e nipoti. Dobbiamo farlo insieme, donne e uomini, cattolici e atei, italiani ed europei. Perché in ballo c’è la civiltà così come l’abbiamo pensata, voluta e costruita attraverso decenni di pensatori, politici, scrittori, attivisti. La civiltà dei diritti, dei doveri, delle libertà inalienabili.

Poi parleremo del dovere di un Paese civile di mettere le donne in condizioni di essere madri. Poi.

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