Fondazione Marisa Bellisario

SPORT E SEGREGAZIONE DI GENERE

di Fabio Lucidi*

In questi giorni, l’attenzione di tutto il mondo è stata rivolta al Qatar, dove si stanno giocando i mondiali di calcio. Tra le foto simbolo dei mondiali del Qatar, non rimarranno però solo quelle dei gol, ma anche quelle delle proteste a favore dei diritti civili sul campo e sugli spalti. Sono state messe in atto iniziative a favore dei diritti LGBTQ+ e fornite moltissime manifestazioni di supporto alle proteste in Iran. I calciatori iraniani si sono rifiutati di cantare l’inno e su molte bandiere dei tifosi è apparsa la scritta “Women, life, freedom”, la stessa che accompagna le manifestazioni dopo la morte di Mahsa Amini.

Nel nostro Paese, la situazione è ben diversa da quella qatariota o iraniana. Lo sviluppo dello sport femminile anche in Italia ha però dovuto e deve tuttora fare i conti con atteggiamenti che considerano le attività fisico-sportive come domini prevalentemente maschili. Al contrario, le caratteristiche corporee legate alla gestazione e all’allattamento, gli stereotipi sulla fragilità e delicatezza femminile sono stati tradotti in barriere che hanno limitato fortemente la partecipazione delle donne alle attività sportive. Ancora oggi in Italia i maschi praticano sport più delle femmine, gli sport maschili sono più rilevanti economicamente e più seguiti dal pubblico, maggiori spazi sono concessi nei media agli sport maschili rispetto agli sport femminili e magari, ora che un buon tono muscolare è diventato tipico anche dei modelli di bellezza femminile, capita che nel racconto dell’evento sportivo da parte dei media, si insista più sull’aspetto estetico delle atlete che sulla loro abilità sportiva.

È dunque importante continuare a fare attenzione a rimuovere le barriere culturali che impediscono il reale coinvolgimento femminile nello sport. Non vi è però solo un problema di accesso. L’esempio più tipico è la stigmatizzazione che colpisce uomini e donne che praticano discipline sportive comunemente associate alle preferenze di un determinato genere o orientamento sessuale. Si tratta di un ulteriore stereotipo che rimanda alla cosiddetta segregazione di genere nello sport. È un fenomeno che porta a indirizzare le bambine verso attività sportive tradizionalmente femminili, tese a sottolineare e a riprodurre caratteristiche fisiche più tipicamente associate alla femminilità, come grazia, armonia dei movimenti, leggerezza e i bambini verso le attività gli sport “maschi” che sarebbero quelli che riproducono i canoni della virilità. Sono solo stereotipi costruiti socialmente, niente affatto legati a differenze “naturali”, come possiamo facilmente intuire se consideriamo che cambiano di Paese in Paese. Il calcio, ad esempio, negli Stati Uniti gode di una fortissima popolarità al femminile. Ciò nondimeno, gli stereotipi hanno effetti potenti e determinano rischi. Per esempio, quello di tenere lontani bambini e bambine da sport che potrebbero amare.

Spesso, la soluzione ai problemi dello sport risiede nello sport stesso. Le atlete italiane stanno sconfiggendo stereotipi e pregiudizio attraverso i propri successi. Sarebbe bello se potesse succedere anche alla scalatrice iraniana Elnaz Rekabi che, avendo gareggiato in primavera ai campionati asiatici di arrampicata sportiva senza il velo, era stata accolta in aeroporto da una folla che cantava «Elnaz l’eroina».

Pochi giorni fa, la sua casa è stata demolita.

*Preside Facoltà di Medicina e Psicologia, Sapienza Università di Roma

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1 commento su “SPORT E SEGREGAZIONE DI GENERE”

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