Fondazione Marisa Bellisario

AFRICA: «POSSO E DEVO FARE LA MIA PARTE»

di Sara Del Debbio*

Quando torno in Italia dopo le missioni sul campo in Africa e mi viene chiesto “Allora, com’è andata? Cosa fate lì con la Fondazione per cui lavori?”, le risposte non sono mai a portata di mano. Io lavoro come Program Officer per i programmi in Africa e Medio Oriente della Good Shepherd International Foundation, l’organizzazione che sostiene i progetti di cooperazione e sviluppo delle Suore del Buon Pastore in 37 Paesi del mondo per promuovere i diritti delle donne, delle ragazze e dei bambini che vivono in condizioni di vulnerabilità ed emarginazione. Ogni giorno, pianifico e monitoro l’avanzamento delle attività, dei risultati raggiunti, delle spese, della previsione dei fondi necessari per ogni progetto, tiro le fila. A dirlo così, può sembrare noioso, ma la prospettiva cambia quando ti accorgi che dietro ogni proposta di finanziamento scritta a approvata, dietro ogni cella di excel, si può nascondere una persona che finalmente ha una possibilità di scelta. La prospettiva cambia soprattutto con le missioni in loco, la vera anima del nostro lavoro.

È in missione che ti accorgi che agire in prima persona regala contemporaneamente un forte senso di appartenenza al genere umano e una altrettanto forte convinzione di impotenza. Entrambe sensazioni che hanno scalfito le giornate della mia ultima missione a Kolwezi, nella Repubblica Democratica del Congo, luogo che vive il più atroce dei paradossi: una terra che, nonostante strabordi di minerali come rame e cobalto, non riesce a creare ricchezza per la sua popolazione, che rimane impastata nel fango di una miseria senza scampo.

Una maledizione, tutti quei minerali sotto i piedi, che risucchiano sottoterra ogni giorno migliaia di bambini nelle miniere, così come le loro madri e i loro padri. Mi trovo così tra la povertà più assoluta, nella terra più ricca del mondo. Qui però un barlume di speranza è rappresentato dal programma della Fondazione che sostiene le comunità locali promuovendone i diritti, migliorando il livello di istruzione e salute, creando opportunità di lavoro alternative in particolare per le donne rispetto al lavoro in miniera. Mi rendo conto, appena arrivata, che qui c’è davvero qualcuno che fa, che progetta, ascolta, vive tra chi soffre, per e nella comunità. Me lo confermano i sorrisi dei tanti bambini incontrati nelle scuole, così come le parole delle donne che mi dicono di sentirsi rinate dopo aver finalmente trovato un lavoro diverso da quello in miniera grazie al sostegno ricevuto dal progetto, che ha offerto loro corsi professionali con cui poter avviare la propria attività.

A chi mi chiede “come è andata in Congo?”, quindi, accenno un sorriso: i sentimenti sono contrastanti quando sai che lo stesso cellulare con cui hai scattato foto e preso appunti per raccontare, è quasi sicuramente alimentato da una batteria il cui cobalto arriva proprio dalla terra rossa che hai calpestato. Ma poi ho imparato da chi è lì, non c’è tempo per chiedersi perché nella lotteria della vita, io abbia vinto il biglietto più fortunato. Non c’è tempo di perdersi in lacrime: posso e devo solo fare la mia parte.

*Program Officer Good Shepherd International Foundation

 

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