Fondazione Marisa Bellisario

SE I BAMBINI DEL TERREMOTO FOSSERO I NOSTRI FIGLI

di Monica Mosca*

Poche sere fa, in un dibattito televisivo, ho sentito una dichiarazione che suonava più o meno così: “Basta con queste notizie drammatiche! Prima la guerra in Ucraina, poi le donne ammazzate in Iran, adesso il terremoto in Turchia… Non si potrebbe cambiare argomento?”.

Non so ancora dire se ho provato più sgomento o più indignazione. Credo un misto dei due sentimenti. No, non si può cambiare argomento e nemmeno smetterla, ci piacerebbe tanto, ma quando le mille e mille voci delle emergenze gridano a squarciagola, tutto ciò che possiamo fare, anzi che dobbiamo fare, è ascoltarle.

A volte ho la sensazione che ci vorrebbero due cuori per stiparci tanto dolore. Ciò che è accaduto in Turchia e in Siria, stravolte da un terremoto inimmaginabile, si è già fatto catastrofe umanitaria e siamo tutti chiamati a rispondere con forza e velocità.

Mentre scrivo, le vittime mal contate superano di molto le 70mila, e i dispersi non si sa nemmeno quanti possano essere. Migliaia di bambini, anche piccolissimi, sono incredibilmente sopravvissuti alle madri e ai padri e ora, dramma nel dramma, le associazioni umanitarie denunciano l’emergenza orfani: i più fortunati stanno negli ospedali, accuditi come si può, senza acqua nè luce, senza riscaldamento. Non hanno nemmeno un nome, perché nessun familiare li può cercare più, sono figli di nessuno.

Vi racconto una storia su tutte, quella che mi è rimasta più nel cervello perché ha in sé la struggente forza della vita contro quella della morte. Ha per protagoniste due donnine siriane, una madre e la sua neonata. La piccola è stata estratta viva dalle macerie dopo molte ore di disperate ricerche, era ancora attaccata alla mamma con il cordone ombelicale: la giovane madre deve averla partorita mentre la casa la inghiottiva e la trascinava giù, sotto la polvere e i sassi, nel buio che non ha ritorno.

I soccorritori l’hanno chiamata Aya, che significa miracolo, era blu di lividi e respirava appena, ma ce l’ha fatta. Uno scricciolo contro la furia della natura. Ora se ne sta prendendo cura la moglie del direttore di un ospedale, anche lei madre di una bambina appena nata, e la allatta al seno come fosse sua figlia. Centinaia sono già le richieste di adozione per Aya, ma il dottore che l’ha salvata si muove con prudenza, spera che prima o poi qualche parente lontano venga a cercarla. In Turchia e in Siria gli orfanotrofi sono pochi, quando un bambino rimane senza genitori è in genere cresciuto dai parenti. L’esperto di emergenze di Unicef Joe English ha spiegato così perché in quei Paesi l’adozione non deve avvenire subito dopo l’emergenza. “Fino a prova contraria, si considera che il bambino abbia famigliari in vita”.

Diventa dunque urgente e indispensabile cercare se ci siano sopravvissuti e tentare il ricongiungimento: gli orfani, gli sfollati, i bambini senza fissa dimora nè protezione rischiano infatti di essere presto fagocitati da una spirale di sfruttamento e violenza, e anche di finire merce per il traffico di esseri umani.

A febbraio in Turchia e in Siria fa freddo come qui a Natale, si rischia la neve e le temperature la notte scendono anche sottozero. Servono cibo, coperte, tende, kit per neonati, medicine. Serve tutto perché non è rimasto niente. Le associazioni serie italiane e internazionali già scese in campo sono moltissime, scegliamone una e tendiamo la mano.

Aiutiamo i piccoli miracolosamente scampati alla furia del terremoto. Quelle loro madri inghiottite dalla terra potevamo essere noi.

*Giornalista

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22 commenti su “SE I BAMBINI DEL TERREMOTO FOSSERO I NOSTRI FIGLI”

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