di Rosa Musto*

In questi giorni è stata garantita nelle scuole italiane la frequenza in presenza degli alunni e studenti grazie all’azione organizzata dal Commissario straordinario Francesco Figliuolo, che ha attivato quanto necessario per intensificare il testing dei tamponi nelle scuole, in modo da offrire assoluta sicurezza alla frequenza scolastica. La sfida è stata da tutti ben accolta, così, non più classi intere, ma solo chi va in isolamento, farà Didattica a distanza (DaD). La quarantena e la DaD per l’intera classe sarà disposta se sono presenti 3 studenti positivi e durerà 7 giorni per i vaccinati e 10 per i non vaccinati, con l’obbligo per tutti di presentare il tampone negativo, prima del rientro in classe.

Quindi, oggi, nonostante la pandemia ancora in atto, il fare scuola in presenza viene difeso e garantito finché sia possibile. Infatti, si è scelto di adottare la Didattica a distanza DaD, come Didattica Digitale Integrata DDI, per non lasciare in completa emarginazione i giovani e i bambini che ne necessitano ed evitando il più possibile classi intere in formazione a distanza. La precedente Didattica a distanza (DaD,) realizzata nelle scuole a seguito del Covid19, ha rappresentato solo una formula di didattica digitale di emergenza, che non va confusa con la didattica digitale integrata (DDI) ora proposta.

La DDI Didattica Digitale Integrata, suggerita dal Ministero dell’Istruzione già prima della pandemia, prevede una formazione su scala nazionale per tutti i docenti interessati e di ogni ordine e grado di scuola. Essa si applica nelle lezioni in presenza e poi, risulta utile anche nella formazione a distanza, in situazioni particolari, come per l’istruzione degli adulti, la scuola in ospedale e domiciliare ed altro. Questa formula innovativa di Didattica Digitale Integrata prevede l’elaborazione di un progetto formativo ad hoc, in cui contenuti e scelte digitali vengono selezionati per rendere il processo di apprendimento più coinvolgente, efficace e più prossimo allo stile comunicativo delle nostre generazioni native digitali.

La frequenza scolastica, sfidando la pandemia, rappresenta oggi una scelta coraggiosa e richiede un grande senso di grande responsabilità da parte operatori scolastici, famiglie e studenti. Si tratta di impegnarsi tutti a dare precedenza al processo educativo nella sua interezza, rispettando con severità le norme sanitarie indicate per contenere il contagio. La presenza a scuola risponde non solo alle esigenze di sviluppo delle competenze del sapere, ma anche a quelle di inclusione sociale, più globali. Il Rapporto Indire spiega che, dopo la fase urgente della pandemia, tornare alla frequenza scolastica sia una opzione adeguata non solo per migliorare gli esiti di apprendimento ma per riuscire anche a superare condizioni di disagio psicologico e relazionale, generato dalla carenza di socialità. Questa scelta risponde alle richieste educative di una scuola che s’identifica in una comunità educante: non solo luogo atto a istruire ma spazio educativo completo, in cui si realizza lo sviluppo degli apprendimenti riferiti al processo di socializzazione secondario, che accompagna tutte le generazioni, sin dall’infanzia.

La comunità educante rappresenta una palestra importante in cui ci si allena sin da piccoli a saper vivere in società, imparando a stare insieme e a relazionarsi con i pari e il mondo degli adulti. Nella quotidianità scolastica si va ad attivare e sviluppare quel processo di socializzazione, indispensabile alla vita umana, che riguarda lo sviluppo di relazioni affettive e la trasmissione del patrimonio culturale ereditato fino a quel momento dalla società in cui si vive. Ogni nuova generazione si prepara alla vita adulta imparando a scuola ad apprendere a vivere insieme e a usare le norme, i comportamenti, i ruoli e le istituzioni, di cui si compone la società.

*Dirigente tecnico Ministero dell’Istruzione ed esperta di comunicazione pubblica istituzionale