Fondazione Marisa Bellisario

“ROOMING IN”, UNA PRATICA CHE PUÒ FARSI SELVAGGIA

di Monica Mosca*

Quando è nato mio figlio, 24 anni fa, era un sabato sera, c’era la finale del Festival di Sanremo. Anna Oxa vinceva con le prime extension che si vedevano in Tv e un paio di calzoni in pelle dalla vita bassissima.

Ricordo questi particolari così poco significanti e li ricordo così nitidi a distanza di tanti anni perché stavo bene come non lo ero stata mai, perché ero raggiante, il cuore che mi scoppiava in petto dall’euforia. Era la serata più meravigliosa della mia vita: ero diventata mamma da poche ore e avevo mio figlio nella culletta di fianco a me, che dormiva placido con la sua tutina azzurra.

Quando finì lo spettacolo in Tv, chiamai le infermiere che lo portarono nella nursery: e io mi addormentai sognando giorni straordinari e ringraziando il cielo per una vita piena d’amore.

No, non avevo scelto il “rooming in”, brutta espressione inglese che significa “tenere il neonato sempre in stanza con sé”, all’epoca non era consigliato come adesso, né in voga. Avevo chiesto di fare l’epidurale, dunque avevo superato un parto difficile senza distruggermi di dolore. E no, non allattavo mio figlio al seno per scelta, perché ho sempre lavorato tanto nei giornali e temevo che non sarei riuscita ad essere a sua disposizione nei momenti e negli orari corretti: avevo dunque optato per il biberon, e confesso senza sensi di colpa. Sono stata sfacciatamente fortunata.

Anche per questo mio sentire personale, il dramma della madre di 29 anni che ha perso il suo bambino di 3 giorni in un ospedale di Roma, dopo averlo allattato al seno ed essersi addormentata sfinita, dopo un travaglio di 17 ore e giorni durissimi di “rooming in”, mi ha molto toccata. Ne sono rimasta impressionata, e indignata allo stesso tempo.

Ho cento domande che voglio fare. Come è potuta accadere una simile disgrazia? Nessuno in quel reparto si era accorto delle condizioni di estrema stanchezza in cui versava quella giovane madre? Nessuno le ha teso una mano? Sembra di no. Quel che è certo, invece, è che la donna è stata sottoposta a una serie di esami tossicologici, risultati negativi, e che il padre del piccolo ha dichiarato: “Più volte sia io sia lei abbiamo implorato il personale di poterlo prendere e portarlo al nido per qualche ora per farla riposare. Inutilmente”.

La Procura ha aperto un’indagine per omicidio colposo e attendiamo di capire quale sia la causa della morte di quel neonatino. Intanto però è doveroso richiamare chiunque possa servire per lanciare un allarme su come venga seguita negli ospedali italiani la pratica del “rooming in”.

I benefici sono noti e sappiamo che è sostenuto dall’Organizzazione mondiale della Sanità: favorisce fin da subito il legame specialissimo fra madre e figlio; introduce la donna nella sconosciuta dimensione di madre, con nuovi compiti e doveri, dal cambio dei pannolini alla nutrizione; promuove l’allattamento naturale.

Tutto bellissimo, se la madre sta fisicamente ed emotivamente bene e se non è lasciata sola per la carenza di personale denunciata anche dal presidente dei ginecologi italiani. Gli organici attuali di molti ospedali “non sono più sufficienti per esigenze che prevedono una ostetrica per ogni donna in travaglio, un’offerta diffusa di partoanalgesia (cioè almeno due anestesisti in servizio h24,) un neonatologo h24 in sala parto… Serve inoltre un organico di reparto che riesca a soddisfare le peculiari esigenze, che non possono limitarsi ad offrire assistenza clinica, ma anche un reale supporto alla donna in un momento così delicato di creazione del nuovo nucleo familiare”.

Ho cento domande, chiedo risposte urgenti.

*Giornalista

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6 commenti su ““ROOMING IN”, UNA PRATICA CHE PUÒ FARSI SELVAGGIA”

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