Fondazione Marisa Bellisario

DISPERSIONE SCOLASTICA: SERVE PIÙ FLESSIBILITÀ NEI PERCORSI DI STUDIO

di Benedetta Cosmi*

Le comparazioni dei sistemi scolastici ci aiutano a scoprire un mondo oltre il “si è sempre fatto così”. I riti stanchi, le toppe qua e là, offuscano la visuale sul mondo della scuola, che è fatta innanzitutto di “ricerca sulla didattica”. Perché, poi, di conseguenza, verranno gli edifici, i saperi, l’esame di Stato, i concorsi, i criteri di selezione, la valutazione, i corsi di perfezionamento, le commissioni, i libri di testo, i tirocini, gli stipendi, gli investimenti, gli accorpamenti, i tagli, le indagini Ocse Pisa, Invalsi, i banchi a rotelle, i laboratori, i lavandini nelle aule, i minuti tra una lezione e l’altra, gli ambienti di apprendimento. Gli indirizzi. (Questi sono il punto principale intorno a cui gira la scuola dell’aut aut). O sportivo o artistico. Contate le alternative.

Un tredicenne ha davanti a sè una scelta ad excludendum. “Ma è dappertutto così?”. No! si scopre, anzi che non è “normale”. L’Italia per inseguire la sintesi tra tante esigenze conflittuali: il mercato del lavoro che cambia, le passioni degli studenti, ha dovuto rivedere il “menù di carne” o il “menù di pesce”, che erano da una parte i Licei e, dall’altra, gli Istituti tecnici-professionali. (Questi prima della riforma del 1968 non consentivano addirittura l’ingresso all’Università). Restando alla metafora, è aumentata la domanda di “sushi” e nel menù a base di carne ci stava stretto il “kebab”. Per cui l’istituto Magistrale diventava Liceo, anche se faceva perdere la cattedra, ciò che importava era restare dentro uno schema, di un mondo che però già non esisteva più. Troppe alternative se si prevede di imporle dall’alto. Non può essere il Ministero a menù fisso. Penso al Canada, e agli altri sistemi scolastici pubblici – la differenza nel proprio percorso di studi “à la carte” è in mano agli studenti, i quali, quando sono consapevoli, aggiungono o sostituiscono materie: paradossalmente da noi la scelta si fa troppo presto e quindi male. Serve flessibilità. Ogni volta che tentano i ragazzi e le ragazze di cambiare indirizzo è un insuccesso scolastico che pesa sulla propria carriera. Ma aver diviso drasticamente i percorsi è come aver girato le spalle alla modernità e persino alla tradizione (un filosofo era spesso un matematico, Leonardo poi come lo incanalereste, tra schizzi di aeroplani, calcoli, ponti, dipinti?). Intorno al Capitale umano si vince o, al contrario, si perdono speranze, generazioni, investimenti e competitività, si allargano le disuguaglianze, non si appianano ingiustizie sociali. Invece se messo al centro dei nostri pensieri ricuce con il futuro. A patto che si capisca la differenza tra un Paese che punta su chi ha scelto di «abbandonarsi agli studi», capace di recuperare chi ha trascurato nell’immensa dispersione scolastica, e uno in cui, ogni mese, accresce il numero nella distrazione generale.

*Giornalista, opinionista Corriere della Sera

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4 commenti su “DISPERSIONE SCOLASTICA: SERVE PIÙ FLESSIBILITÀ NEI PERCORSI DI STUDIO”

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