di Renato Brunetta*

Il dibattito sullo smart working nella Pubblica amministrazione assomiglia a una “commedia degli equivoci”. Ciò che abbiamo sperimentato in massa, costretti dalla pandemia, non è stato lo smart working come filosofia manageriale e modello di organizzazione strutturato ispirato a flessibilità, autonomia e responsabilità. È stato, invece, una forma di lavoro domiciliare forzato, realizzata nel giro di pochi giorni trasferendo meccanicamente all’esterno delle amministrazioni alcune delle attività che prima venivano svolte in ufficio, senza una scelta organizzativa e strategica di fondo.

In assenza di una piattaforma tecnologica sicura e dedicata, dell’interoperabilità delle banche dati, della reingegnerizzazione dei processi e della digitalizzazione dei servizi, ciò che le dipendenti e i dipendenti pubblici hanno vissuto – spesso ricorrendo ai propri computer e ai propri device – è stato un meccanismo talmente anomalo che persino su Wikipedia, alla voce “telecommuting”, si fa riferimento allo “smart working” come una definizione usata in Italia per indicare un rapporto di lavoro con vincoli non definiti in termini di orari di lavoro e di spazi. Insomma, un “self service working” che ha lasciato del tutto in secondo piano le finalità proprie dello strumento: il miglioramento della conciliazione vita-lavoro e l’aumento della produttività. Con le donne che spesso hanno pagato il prezzo più alto.

Ecco perché l’esperienza emergenziale è stata sì una grande lezione, ma non può essere eletta a modello per il futuro. Lo smart working ha bisogno innanzitutto di una regolazione nei contratti di lavoro: ho voluto sbloccare i rinnovi per permetterla, onorando il Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale firmato il 10 marzo a Palazzo Chigi con i sindacati. Nella bozza per il comparto funzioni centrali consegnata dall’Aran ai sindacati, una corsia preferenziale per l’accesso al lavoro agile è riservata ai genitori di figli fino a tre anni, ai caregiver e ai portatori di handicap.
Lo smart working tornerà presto ad essere applicato previo accordo individuale e ogni amministrazione potrà definirne la fisionomia all’interno del Piano integrato di attività e organizzazione da redigere entro il 31 gennaio 2022. Non ci saranno soglie rigide, ma bisognerà fissare gli obiettivi e monitorare i risultati, misurando anche la soddisfazione di cittadini e imprese: si dimentica troppo spesso che i 3,2 milioni di dipendenti pubblici non esistono per sé, ma per fornire servizi di qualità a 60 milioni di italiani.
Chi ha pensato che volessi gettare alle ortiche il lavoro agile dovrà ricredersi. Io voglio che sia win win per il lavoratore pubblico e per l’amministrazione. Alcuni strumenti appresi durante l’emergenza vanno potenziati: penso alla videoconferenza, che permette di evitare inutili viaggi e di accrescere l’efficienza. Un uso mirato e flessibile dello smart working, inoltre, può essere l’ideale per consentire un rientro dalla maternità più “soft” o per accompagnare fasi critiche della vita familiare. Sempre tenendo a mente che non ci sono alternative “tecnologiche” sostitutive della relazione interpersonale. E che un Paese con una crescita del +6%, pronto a immettere nella Pa circa 150mila nuovi assunti ogni anno, non può permettersi soluzioni improvvisate e disfunzionali. Nella nuova normalità post-Covid ci sarà dunque spazio anche per lo smart working. Quello vero, però: dalla parte dei cittadini e dalla parte delle imprese. E, in particolare, dalla parte delle donne.

*Ministro per la Pubblica Amministrazione