di Luca Josi*

Scusate l’incursione.

La Fondazione non è un’entità politica e la newsletter, ancor meno, non ne è il suo organo.

La sua Presidente mi ha regalato l’opportunità di scrivere un pezzo per questo inizio di anno e io vorrei parlare di una parola caduta in disdoro nel nostro Paese, ma che per me ha definito una vita: socialista.

Sono nato socialista, ho vissuto da socialista tra socialisti e morirò da socialista.

Sono vissuto nella città, Genova, dove il Partito Socialista è nato (nel 1892).

Ho avuto in famiglia donne che, nell’entroterra ligure dei primi del novecento, sono state infermiere, ostetriche, insegnanti, attiviste di quel socialismo che significava solamente “dare un’opportunità a chi non ne aveva” e in cui istruzione e assistenza sanitaria erano i capisaldi di un umanitarismo, ruvido e di buon senso, che conteneva il suo programma in un foglietto: “far del bene alla gente, è tutto qui il socialismo, non c’è bisogno di altro”. Insomma: fine della povertà, dell’ignoranza e della sofferenza. Pagarono il conto formando un ventiduenne, lo zio Piero, che una mattina del ‘44 si consegnò, giovane tenente passato alla resistenza, a un commando nazista per farsi prima torturare e poi fucilare, in cambio della vita dei cinquantatré abitanti della frazione di Chiusola (lo zio era nato il 25 aprile di 100 anni fa!).

Io sono stato l’ultimo segretario nazionale dei giovani socialisti del PSI.

Ho visto in questa mia vita persone vestire ogni abito per reinventarsi, sopravvivere, rivivere o semplicemente esistere mondanamente.

Sono passati 30 anni dall’annichilimento di quel movimento, per poi scoprire che nessuno era poi così diverso, che nessuno è riuscito, ancora una volta, a far nascere l’uomo nuovo, perché noi uomini dobbiamo fare i conti con nostri simili, fatti di carne e di passioni, che insieme a tante meraviglie producono tanta “melma”. Il punto rimane come convivere con questo concime e trasformarlo, come in natura, in nuova vita e non in morte della società.

E cos’è il socialismo riformista?

È quello che quando qualcuno vuol fare la rivoluzione lo invita a riflettere, a prendere meglio le misure di sé. A immaginare che da una cosa imperfetta, l’uomo, difficilmente uscirà fuori una cosa perfetta, la rivoluzione per esempio. E quindi lo chiama alla calma.

È eracliteo – da Eraclito – perché conosce il suo essere attraverso il suo opposto (la salute si definisce anche grazie alla malattia, come la luce si spiega meglio grazie al buio o un socialista, riformista, grazie a un totalitarista, ortodosso).

È montaliano – da Eugenio Montale – perché sa “cosa non è, cosa non vuole” accettandosi per approssimazioni ed esclusioni.

È troisiano – da Massimo Troisi – perché risponde in “Scusate il ritardo” al quesito di Tonino – Lello Arena – del se sia meglio “un giorno da leone o 100 da pecora?” con: “facciamo 50 da orsacchiotto e non ne parliamo più!”.

È Federico Caffè eternamente deriso da chi prospetta future palingenesi, spacciando parole vaghe quanto magiche e ipnotiche. Canzonato da chi scuce quello che lui tesse, che umilia la modestia dei suoi obiettivi e oppone al suo poco il tutto (per poi produrre il nulla). Il riformista non è solo sfottuto a sinistra, ma anche a destra da chi pensa che ci sia ben poco da riformare, in quanto a tutto provvede l’operare spontaneo del mercato (se libero da qualunque paternalismo statale).

È la Raffaella Pavone Lanzetti – Mariangela Melato diretta da Lina Wertmüller – inseguita sull’isola deserta di “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto” da Gennarino Carunchio, militante comunista – Giancarlo Giannini – al grido di: “bottana industriale socialdemocratica (sinonimo di riformista)”.

È questa la storia delle violenze verbali, denigrazioni, delegittimazioni, isolamenti e della raffica d’insulti, a volte a salve a volte a piombo, passata per Turati, Saragat, Nenni, Craxi – il primo dirigente socialista postbellico a definirsi riformista mettendo in discussione il marxismo – bagnata nel sangue di Tobagi e Biagi.

Sa un po’ di beffa che a noi socialisti dopo averci accusato di ogni imbroglio, misfatto, oscenità e furto oggi si rubi pure l’aggettivo. E la storia.

Socialista era Marisa Bellisario.

E per questo spero di non aver disturbato la sensibilità di nessuno.

Buon giro, di questo nuovo anno, intorno al sole.