Fondazione Marisa Bellisario

PAROLE CHE ATTRAVERSANO LE MURA

di Faezeh Mardani*

Quest’anno il Premio Nobel per la Pace, spesso assegnato a “uomini” e in particolare a “uomini politici”, è stato conferito all’attivista iraniana Narges Mohammadi, con la seguente motivazione: per la sua lotta contro l’oppressione delle donne in Iran e per la sua lotta a favore dei diritti umani e della libertà per tutti.

La signora Mohammadi, nota per la sua audacia e per l’instancabile attività in difesa dei diritti umani, è nata nel 1972 nella piccola città di Zanjan, situata a nord ovest del Paese. Nel corso degli ultimi vent’anni è stata più volte arrestata, condannata a subire durissime condizioni di prigionia in cella di isolamento nelle carceri di massima sicurezza e attualmente si trova nella famigerata prigione di Evin a Tehran. Dovrà scontare la condanna di sette anni di detenzione a causa delle sue attività ‘non violente’ contro le discriminazioni subite dalle donne, contro la pena di morte, contro le difficili condizioni dei prigionieri e soprattutto a favore dei diritti umani nella sua amata terra. Secondo Amnesty International, le sono state negate perfino le cure mediche, nonostante soffra di una grave malattia polmonare da lungo tempo. La signora Mahammadi ha una formazione scientifica, è ingegnera e amante degli studi giuridici, specie in materia di diritti civili. È stata per lunghi anni membro attivo del Centro per i Diritti Umani di Teheran e ha svolto un ruolo chiave nel difendere i diritti delle persone condannate a morte, dei prigionieri politici, appartenenti alle minoranze religiose e degli intellettuali dissidenti. Nel 2018, mentre si trovava in carcere, le è stato assegnato dal Parlamento europeo il Premio Andrei Sakharov per la libertà di pensiero, lo stesso Premio che quest’anno è stato dedicato postumo alla figura della ventiduenne Mahsa Amini e al rivoluzionario movimento nato dopo la sua morte denominato “Donna, Vita, Libertà”. Un movimento a favore dei diritti civili nato in Iran dalle proteste contro l’hijab obbligatorio considerato l’emblema dell’oppressione e della discriminazione nei confronti delle donne iraniane.

Durante la cerimonia ufficiale, a ritirare il Premio Nobel conferito alla signora Mohammadi c’erano i suoi due figli gemelli diciasettenni che da nove anni non vedono la loro madre. La lettera di ringraziamento che lei ha potuto inviare dal carcere, con non poche difficoltà, è stata letta da loro. Il discorso conteneva una forte, energica e ardita dichiarazione relativa alla sua eroica lotta per la libertà e la giustizia, nella quale insisteva sulla ferrea volontà di difendere i diritti delle donne sottolineando la fondamentale necessità di stabilire la parità di genere in ogni società che cerchi il progresso e la prosperità, affermando chiaramente: «La democrazia non esiste senza il rispetto dei diritti umani e quindi dei diritti delle donne».

Narges Mohammadi è la seconda donna in Iran e in tutto il Medio Oriente che riceve il Premio Nobel per la Pace. Un’altra importante figura giuridica, l’avvocata Shirin Ebadi, attivista per i diritti umani e coraggiosa difensore dei prigionieri politici e di coscienza, esattamente venti anni fa, nel 2003, ebbe l’onore di ricevere questa prestigiosa onorificenza. La signora Ebadi da quasi due decenni è stata costretta a scegliere la vita in esilio.

È una coincidenza fortuita oppure una congiunzione astrale favorevole che proprio nelle settimane in cui veniva annunciata l’assegnazione del Premio Nobel per la pace a una donna iraniana, arrivava sugli scaffali delle librerie italiane la raccolta poetica intitolata “Il tesoro nascosto” della poetessa iraniana Tahereh, giustiziata appena trentaquattrenne nel 1852 per aver tolto per la prima volta in pubblico il velo dal viso e per aver dichiarato alla metà dell’Ottocento l’inizio di una nuova epoca e una nuova realtà storica. Si narra che la poetessa Tahereh prima di essere soffocata con il proprio foulard in bocca e buttata in un pozzo probabilmente ancora viva abbia dichiarato: “Potete uccidermi quando volete ma non potete fermare l’emancipazione femminile…”.

Ora le sue eredi, generazione dopo generazione, lungo la strada delle privazioni e sofferenze, lungo la via di continue crisi e vittorie, portano avanti i nobili ideali di uguaglianza ed equità in una terra dove ogni forma di presa di coscienza e ogni sfida per ottenere i propri diritti comporta un duro prezzo spesso pagato con la prigionia e l’esilio e a volte con la vita stessa. Ora anche Narges Mohammadi, come fedele erede di tante donne che hanno offerto la vita per la libertà e l’emancipazione femminile, dalla sua angusta cella, illuminata giorno e notte da una bianca luce artificiale, trasmette a tutti, tramite il suo discorso alla cerimonia del Premio Nobel per la Pace 2023 – dove una sedia vuota simboleggia la sua grave assenza – il suo messaggio: «Le mura della prigione non impediranno alla mia voce di raggiungere il mondo».

*Professoressa di Lingua e Letteratura persiana, Università degli Studi di Bologna

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2 commenti su “PAROLE CHE ATTRAVERSANO LE MURA”

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