di Nicoletta Ferrari*

L’avvocata Ayse Aydin vive in esilio dopo avere lasciato il proprio Paese, la Turchia, temendo un’accusa di terrorismo nei confronti propri e del coniuge. È stata costretta ad andarsene improvvisamente insieme al marito e ai figli con gli effetti personali in un piccolo zaino, lasciando in patria tutta la sua vita personale e lavorativa.

Oggi, cinque anni dopo, racconta: «A seguito del tentativo di colpo di Stato del 15 luglio 2016 descritto da Erdogan come ‘un dono di Dio’, il governo ha alzato il livello della retorica nazionalista e conservatrice e accusato di tradimento coloro che chiedevano democrazia. Il populismo basato su grandi menzogne ha dato origine a una crescente polarizzazione e alienazione dei dissidenti, individuati nei curdi, nei gulenisti, nei giudici e avvocati che difendevano lo Stato di diritto, nelle forti voci dissidenti dei media e, naturalmente, nei movimenti femminili».

Ci sono più di 15mila donne nelle carceri turche e 800 bambini condividono il letto e il pasto con le loro madri, poiché anche i loro padri sono in prigione con accuse politiche.

«Come donna cresciuta in Turchia e che vive all’estero – continua Ayse – mi addolora vedere che il mio Paese si è allontanato di giorno in giorno dai valori e dagli standard europei e da una democrazia creata in decenni lunghi e difficili sulle rovine dell’Impero Ottomano. È stato triste vedere la Turchia – ospite nel 2011 alla cerimonia di firma della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, e primo firmatario – essere il primo Paese a ritirarsi da essa».

Il sacrificio dei diritti delle donne, in un Paese che vede una media di 300 femminicidi all’anno, viene motivato da Ayse con la volontà di Erdogan di consolidare l’elettorato nazionalista e conservatore interno in vista delle prossime elezioni, nonché di rassicurare i Paesi africani e asiatici con popolazione musulmana destinatari di ingenti investimenti da parte della Turchia.

Ayse mi racconta come gli effetti negativi del ritiro dalla Convenzione si siano manifestati sin dalla settimana successiva, che ha visto otto nuovi casi di femminicidio. L’avvocata è scettica circa la possibilità di rapidi cambiamenti. Delusa, minimizza il ruolo dell’Unione europea che, come dimostrato dall’ultimo incontro tra i leader europei ed Erdogan, sembra non considerare priorità le violazioni dei diritti umani quando si tratta della Turchia e non ha posto la Convenzione di Istanbul tra le questioni principali sul tavolo durante la riunione.

Fa quindi appello alle donne di essere le voci di milioni di donne e bambini turchi dinanzi ai governi e alle istituzioni internazionali per evitare che su di loro cada il silenzio.

 

*Avvocato