In queste settimane, due sembrano le questioni in cima all’agenda del Governo. Da una parte, rendere efficiente e rapida la campagna di vaccinazione per poter avviare un piano di riaperture e dare così respiro al Paese; dall’altra, approvare il Recovery Plan (atteso in Parlamento per il 26 aprile) e su cui l’Italia si gioca tanta parte del futuro, non solo prossimo. È stato scritto, auspicato, preteso a più riprese – e non solo da donne – che le risorse europee vengano prioritariamente destinate ad aumentare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, costruire un sistema moderno di infrastrutture sociali, soprattutto al Sud, e così provare a far ripartire l’economia. Che sia la direzione obbligata, lo confermano i dati diffusi in questi ultimi giorni: la forbice tra occupazione maschile e femminile si allarga al 19.2% mentre l’Istat prevede per il 2021 nascite inferiori alla soglia psicologica delle 400mila unità.

Rispetto a uno scenario tanto catastrofico, ho chiesto un contributo alla Ministra Bonetti che in questo numero ci parla del Piano Strategico per la parità di genere e del Family Act, la prima riforma integrata ed integrale delle politiche familiari che il 30 marzo ha messo a segno la prima vittoria: l’assegno unico universale.

Un piano strategico che agisca anche sul fronte culturale è quanto mai necessario e urgente per invertire la rotta, anche ai vertici. Pochi giorni fa, infatti, la Consob ha confermato un allarme che la Fondazione lancia ormai da anni: dal 2013 a oggi, nelle società quotate, le donne Amministratore Delegato sono passate da 14 a 15, le Presidenti da 12 a 27, ovvero rispettivamente un umiliante 2% e 4%. Nel frattempo, un rapporto interistituzionale (Consob, Dipartimento Pari Opportunità e Banca d’Italia) segnala come nelle società private, dal 2011 a oggi, le donne in CdA sono passate dal 22 al 24%. Uno spunto di riflessione per chi esprime ancora dubbi sull’opportunità delle quote di genere…

Unica notizia positiva arriva mentre scrivo: Maria Chiara Carrozza, Premio Marisa Bellisario 2012, è stata nominata da un’altra Mela d‘Oro – la Ministra dell’Università e della Ricerca Maria Cristina Messa – Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) e sarà la prima donna a guidare il principale ente di ricerca italiano.

Sul fronte estero a catalizzare l’attenzione mediatica è stato l’imbarazzante video in cui una perplessa Ursula von der Leyen deve ripiegare su un defilato divano mentre il Presidente Erdogan e il Presidente del Consiglio Ue Charles Michel si accomodano sulle sedie ufficiali dietro le rispettive bandiere. Colpa del despota turco che ha voluto ribadire all’Europa e alle oppositrici interne – all’indomani del ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulla donne – le sue posizioni machiste? Oppure di Michel che, non cedendo il suo posto alla Presidente della Commissione, ha perso l’occasione per dare una lezione di parità (oltre che di buona educazione)? A parte la “colpevolezza” di entrambi, la vicenda offre due piani di riflessione. Da una parte la questione, diplomaticamente molto spinosa, di una Turchia che mette costantemente alla prova le fondamenta culturali e valoriali dell’Unione. Quanto si può tacere? A mio avviso nessuna ragione diplomatica può giustificare la cancellazione dei diritti delle donne, in Turchia come in ogni altra parte del mondo. E sono orgogliosa che Mario Draghi sia stato l’unico Premier europeo ad avere il coraggio di definire pubblicamente Erdogan un «dittatore». Dall’altra, l’episodio è rivelatore di quanto maschilismo circoli ancora nelle istituzioni e nella politica europea. Il “Sofagate” ha acceso la miccia e Wpl, l’organizzazione delle leader politiche presieduta dall’ex premier neozelandese Helen Clark, fa i conti: «Ci vorranno oltre centoquarantacinque anni per raggiungere gli uomini in politica».

Non è quanto è accaduto in un Paese come lo Sri Lanka, il primo al mondo, nel ’59, ad avere un Primo ministro donna, come ci racconta nel suo affascinante intervento l’Ambasciatore d’Italia in Sri Lanka e nelle Maldive Rita Mannella Giorgi.

Una cosa è certa: c’è ancora tanta strada da fare per una cultura che possa dirsi realmente paritaria. E non solo in Italia.