di Rita Alaggio*

Los Angeles, 27 Febbraio 2020. Si è appena chiuso il più importante congresso internazionale di patologia, con un nuovo formato: attenzione al sociale. Parola d’ordine: diversità e inclusione. Questo congresso è anche una scuola per i medici che vogliono essere cittadini del mondo. Nascono collaborazioni, amicizie, si fa “mentoring” al di là dei confini nazionali.

Il Covid è ancora una paura indefinita, straniera: il solito gruppo di “ragazze” da 30 a 80 anni, di diversi Paesi, si ritrova, senza mascherine e disinfettanti. Sono medici, ma non vogliono pensarci: ci si rivedrà al prossimo meeting, a Glasgow o a Roma. Non ci saranno né Glasgow e né Roma. Chi rientra in Italia dopo il 27 febbraio 2020, trova aeroporti deserti. Le porte del mondo sono già state chiuse per il lockdown. Irene, patologa a Londra, pensionata da un mese, ha un’idea: inaugura una chat per “far compagnia” alle amiche italiane. In breve ci si unisce in tante: si parla di Covid, si condividono informazioni. Paromita dall’India, Maureen da Dublino, Marta da Sheffield, Ona e Jennifer dagli USA, Laura da Buenos Aires, Beatriz dal Messico e altre da Malesia, Sudafrica, Australia. La chat scorre ininterrotta da un anno, condividendo scienza e vita.

Chi sono queste “patologhe”? I patologi fanno diagnosi di malattie sui tessuti al microscopio. A volte maneggiano la morte, per carpire i segreti dei mali, anche del Covid. “Girl doctors power” è una “community” di specialiste nella patologia pediatrica, che studiano le malattie dei bambini, anche prima che nascano. Nel 2020-21 hanno indagato sul Covid in gravidanza e, condividendo analisi su placente da madri infette, hanno visto i misteriosi “geloni” comparsi in primavera in alcuni bambini, spesso dopo infezione asintomatica. È un osservatorio privilegiato rispetto ai reparti Covid: assistenza sanitaria insieme alla ricerca, ma già immerso nelle sfide future. Qui si intravede la nuova realtà: i riflettori dei media sono accesi sulla grande emergenza, ma sul resto della ricerca cala il buio.

Gruppi di professioniste come “Girl doctors” contribuiscono a mantenere la diffusione delle conoscenze avvicinando persone e luoghi resi ancora più remoti dalla pandemia dando voce alla “democrazia della scienza”. La scienza non è democratica perché obbedisce alle leggi della natura, ma la ricerca deve esserlo, perché è condivisione di esperienza. Tuttavia, senza strategia imprenditoriale e lungimiranza, ricerca e benefici derivanti rischiano di essere appannaggio di pochi. E in questo ha fallito la democrazia vaccinale.

Ma questa è un’altra storia.

* Responsabile UOC Anatomia Patologica Ospedale Bambino Gesù