di Monica Mosca

I numeri sono impressionanti: la pandemia, lo scrivo così, provocatoriamente, è stata ed è un problema da donne. Un disastro dal punto di vista dell’occupazione femminile. Vado al sodo: oltre il 90 per cento dei lavoratori che da dicembre a oggi il lavoro non l’hanno più è donna. Tutti, praticamente. Un’ecatombe.

Non era in verità difficile immaginarlo quando questo disastro sanitario, e dunque anche economico, è iniziato lo scorso marzo, un anno fa: non ci voleva la palla di cristallo eppure tutto è stato lasciato scorrere com’era scontato sarebbe andato. Le donne, le mogli, le madri, le ragazze, la grande maggior parte di quelle che avevano contratti saltuari, a termine, a progetto, insomma tutto ciò che non era a tempo indeterminato, sono state lasciate a casa. Addirittura, molte sono dovute rimanere a casa per scelta, perché multitasking è un conto (io dico già una follia e una discriminazione insopportabile), ma polpi dai cento tentacoli ancora non riusciamo a essere.

Mettete tutto in fila, partendo da quegli orrendi mesi di lockdown: smart working per le più fortunate (non tutti i mestieri si fanno anche al computer, questo è banale), faccende domestiche, spesa, bambini orfani di asili e scuole, figli da fare studiare in DAD, anziani di cui occuparsi, famiglia insomma da tenere insieme possibilmente senza perdere la testa. Ditemi voi: a cosa sareste stati costretti a rinunciare? Eliminare i nonni non è tra le opzioni, lasciare bocciare i figli nemmeno, smettere di cucinare molto improbabile, ed ecco la risposta. Al lavoro. Ci sono migliaia di donne che hanno dato forfait per disperazione, che dopo aver fatto negli anni decine di passetti in avanti sono state costrette a compierne uno definitivo all’indietro. E fin qui vi ho detto di chi ha scelto.

La gran parte delle donne ha infatti perso il lavoro senza essersi arresa. È stata allontanata, non rinnovata, lasciata scadere, rimasta senza da fare: le addette alla ristorazione e alle strutture alberghiere, dalle cameriere alle receptionist, ad esempio; le signore delle pulizie e le badanti; le hostess delle fiere; le commesse dei negozi; le lavoratrici del settore tessile: tutti mestieri per lo più femminili che sono stati falcidiati da questo tempo infausto, e dalla crisi, e dalla mancata protezione di contratti adeguati e sicuri.

Non vogliamo mimose, vogliamo occupazione e stipendi uguali a quelli degli uomini.

Il nuovo governo ha un’opportunità storica: investire una buona, ma buona davvero, parte del benedetto Recovery Fund nel valore delle donne, nell’occupazione femminile, in infrastrutture indispensabili come i nidi. Se le donne non lavorano, a catena tutta la società s’impoverisce, e si spegne.

Non si tratta solo di una battaglia per la parità di genere, che resta sacrosanta: si tratta di lungimiranza.