Fondazione Marisa Bellisario

NON C’È PIÙ TEMPO

Lo scorso venerdì sono stata alla presentazione dell’ultimo Rapporto annuale dell’Istat: tanti dati e altrettanti elementi di riflessione. È un’analisi che già nelle sue intenzioni adotta una prospettiva di medio-lungo periodo, raccontando le trasformazioni demografiche, sociali, economiche e ambientali che hanno caratterizzato il nostro Paese negli ultimi anni. E lo fa per fornire gli strumenti necessari non solo per misurarsi con la complessità del presente ma per garantire l’avvio di una fase di sviluppo più equilibrato, sostenibile e inclusivo.

Detto questo, a colpirmi sono stati i dati relativi alla struttura demografica ma anche sociale su cui ci stiamo avvitando e ovviamente al ruolo della componente femminile.

Continuiamo a ripetere che la popolazione italiana sta invecchiando ma i numeri fanno tutt’altro effetto rispetto alle trite definizioni: le persone con più di 65 anni sono quasi un quarto della popolazione, il 24,1% (oltre 14 milioni), mentre il 7,7% sono gli ultraottantenni e ci avviamo a raggiungere il più alto livello storico di ultracentenari. Un incoraggiante e positivo segno di longevità certamente, non fosse che contemporaneamente diminuiscono gli individui in età attiva (63,4%) e si riduce anche il numero dei più giovani (i ragazzi fino a 14 anni sono 7 milioni ma metà degli over 65). E le previsioni al 2041 sono davvero preoccupanti: un incremento ulteriore dei “grandi anziani”, una riduzione di oltre il 25% per i giovani tra 11 e 18 anni e del 12,3% per la popolazione in età di lavoro. Una situazione demografica, uno squilibrio generazionale mai sperimentato fino a ora, i cui effetti sul mondo del lavoro sono già evidenti e che pone sfide epocali alla sostenibilità del sistema Paese.

Un altro punto che mi ha profondamente impressionato: quasi un terzo degli adulti a rischio di povertà, quando aveva 14 anni viveva in famiglie che versavano in condizione finanziaria critica. Il meccanismo di trasmissione intergenerazionale della povertà è da noi più intenso che nella maggior parte dei Paesi europei e questo chiama evidentemente in causa la politica e le voci di spesa pubblica più direttamente rivolte alle prime fasi di vita di bambini e ragazzi. Quella per istruzione in rapporto al Pil si attesta al 4,1% (contro il 5,2% in Francia e il 4,8 della media Ue27) e la spesa per le prestazioni sociali erogate alle famiglie e ai minori è pari all’1,2% contro il 3,7% della Germania. Cartina di tornasole, la copertura dei posti disponibili per la prima infanzia: il 28% quando il target europeo per il 2030 è del 50%. E sono i dati sulle donne a chiarire, qualora ce ne fosse bisogno, quanto il capitolo dell’investimento pubblico in istruzione e formazione rappresenti uno snodo decisivo.

L’occupazione femminile, lo sappiamo, è un tallone d’Achille che non riusciamo a guarire. Un problema risolvibile, considerati i numeri che ci separano da Paesi europei con cui su altri fronti rivaleggiamo anche avendone la meglio. Mentre continuiamo a collezionare primati negativi sul fronte del lavoro femminile (un divario di 14 punti dalla media europea), lo stesso rapporto segnala una crescita del Pil italiano superiore ai “rivali” francesi e tedeschi. Perché non cresciamo in occupazione femminile come nel Prodotto Interno Lordo?? I motivi e le possibili soluzioni di un gap tanto mortificante e insensato stanno tutte nei numeri forniti dall’Istat.

Primo: l’istruzione. Quei 14 punti di divario, infatti, di riducono a meno di 5 nel caso di donne laureate. Il tasso di occupazione di chi ha la possibilità e la voglia di continuare a studiare è più del doppio di chi si ferma alla licenza media (80,2% contro 36,3%). E l’investimento in istruzione, riduce anche i divari territoriali: quasi 29 punti percentuali di gap a sfavore delle donne meridionali che si dimezzano grazie alla laurea. Al Sud, infatti, la quota di 25-64enni che lavorano raggiunge il 70,3% tra le laureate, si ferma al 20,7% tra le donne con basso titolo di studio. Cinquanta, e dico cinquanta, punti percentuali di differenza!!

Secondo: il welfare. La partecipazione delle donne al mercato del lavoro continua a essere legata a doppio filo alla disponibilità di servizi per l’infanzia, alla cura dei minori e dei membri della famiglia più fragili. Nel 2022, il tasso di occupazione è l’80,7% per le donne che vivono da sole, il 74,9% per chi vive in coppia senza figli (il marito/compagno il primo fardello!!), e il 58,3% per le madri. Anche in questo caso, il divario si riduce sensibilmente in relazione all’istruzione: all’aumentare del titolo di studio femminile, cala significativamente la percentuale di coppie in cui l’uomo è l’unico percettore di reddito da lavoro. Un quadro che lo stesso Rapporto definisce eterogeneo ma che io bollerei come schizofrenico! Può il tasso di occupazione di uno stesso Paese passare dal 21,4% delle madri del Mezzogiorno con basso titolo di studio al 92,7% delle donne laureate che vivono da sole al Nord? Non parliamo di un Paese industrializzato a confronto con uno in Via di Sviluppo, di un’economia rurale vs un’economia industriale ma di un’Italia divisa in modo lacerante, ingiusto e insensato.

Dunque, formazione e welfare rappresentano le leve prioritarie su cui investire per invertire una rotta suicida. Una rotta in cui una situazione demografica mai sperimentata, squilibri di genere, generazionali e territoriali si incrociano e rischiano di far implodere il Paese tutto. Il Pnrr c’è ma va usato e usato in modo lungimirante. Forse non è l’ultimo treno ma certamente la più grande opportunità per consentire a un’Italia che tanto ha da dire e dare di uscire dalle sabbie mobili.

Non c’è più tempo.

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10 commenti su “NON C’È PIÙ TEMPO”

  1. Lo studio e le considerazioni della Dott.ssa Golfo riflettono un quadro da tempo a me noto, la chiave per cambiare rotta è di istituire servizi alla portata dei ceti medio-bassi, consolidare le politiche di genitorialità con obbligatorietà sul genitore in maniera equa. Non da meno con educazione nelle scuole dalla prima infanzia per rafforzare l’eguaglianza e ridurre gli stereotipi di genere.

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