di Mara Carfagna*

Per avere un’idea del compito titanico che aspetta l’Italia, i suoi governi, le sue imprese, nei prossimi dieci anni non si deve guardare tanto alla quantità degli investimenti europei (abbiamo avuto la quota più alta proprio perché eravamo “i più indietro”) quanto ai divari di cittadinanza che l’Unione ci invita a ricucire. Solo un esempio, quello dell’occupazione. Il Paese è diviso tra aree “a livello tedesco” (Nord Ovest e Nord Est) e aree “a livello greco” (tutto il Meridione). Se poi si guarda al lavoro femminile, la forbice si allarga ancora: secondo i dati recentemente forniti dall’Istat alla Commissione Bilancio della Camera il tasso di occupazione femminile tra i 25 e i 34 anni è il più basso del Continente, per la prima volta inferiore addirittura a quello di Atene.

Questa la sfida che mi sono trovata davanti nelle prime settimane del mio mandato da Ministro per il Sud e la Coesione territoriale. Una sfida che oggi, a differenza che in passato, può essere affrontata perché ci sono le risorse, in una quantità inimmaginabile fino allo scorso anno. Nel “Capitolo Sud” del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – un Capitolo che ho fatto emergere e incrementato, voce dopo voce, dai progetti dei singoli ministeri – risulta destinato al Sud il 40% degli investimenti totali (191,5 miliardi di euro). Queste risorse – ci tengo a precisarlo – non sostituiscono, bensì integrano altri piani straordinari (come il React-EU) e ordinari (i Fondi di coesione europei, il Fondo nazionale di sviluppo e coesione), nonché gli investimenti che lo Stato ha il dovere di impiegare per garantire lo sviluppo dei territori e i servizi ai cittadini.

Il dibattito pubblico finora si è molto focalizzato su questi “numeri”. Ma ora che siamo arrivati alla tappa cruciale della formale presentazione del piano a Bruxelles, sarà bene cominciare a guardare anche i contenuti. Nella mia visione, lo sviluppo economico, la crescita dell’occupazione, il miglioramento delle condizioni sociali saranno possibili solo se gli investimenti in infrastrutture, transizione ecologica ed evoluzione digitale cammineranno di pari passo con il potenziamento e l’effettivo godimento dei diritti di cittadinanza per tutti, indipendentemente dal sesso e dal luogo di residenza.

È per questo che sono al lavoro con gli altri Ministri competenti per accompagnare l’adozione del PNRR con una legge che definisca in maniera puntuale i Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP), previsti dalla Costituzione ma mai definiti da una legge dello Stato. E, in questo ambito, ho scelto di partire dai Lep più “sensibili” ai fini dell’occupazione femminile: asili nido e assistenza sociale.

Un numero adeguato di asili nido, la diffusione del tempo pieno a scuola, reti efficaci di assistenza territoriale e domiciliare sono la base per raggiungere un doppio risultato: offrire posti di lavoro alle donne (in questi settori l’occupazione è prevalentemente femminile) e liberare finalmente le energie e le ambizioni femminili costrette a concentrarsi esclusivamente sul lavoro di cura familiare. Al Sud, in particolare, si tratta di un patrimonio enorme.

È giusto discutere e avviare incentivi e iniziative per l’occupazione, parità salariale, formazione in materie tecniche e scientifiche ad alta innovazione, agevolazioni pensionistiche: io stessa mi sono occupata e ho sostenuto, da parlamentare, con proposte di legge questi temi. Ma centinaia di migliaia di donne ancora oggi sono costrette a rinunciare alla propria carriera, anche già avviata, per dare la priorità alla famiglia. O, viceversa, sono costrette a rinunciare alla maternità per poter lavorare, con effetti drammatici sul piano demografico.

Le infrastrutture sociali sono un diritto, ogni italiana e ogni italiano deve poterne usufruire senza subire una discriminazione per residenza.

In questo modo aiuteremo le donne a dire il doppio sì, alla maternità e al lavoro, e le renderemo protagoniste della rinascita del Sud e dell’Italia.

  • Ministra per il Sud e la coesione territoriale