di Teresa Ruberto*

Quando si verifica un evento mortale che cattura l’attenzione dei media ci si orienta verso il più comodo capro espiatorio: l’errore umano. Immediatamente si avvia un procedimento penale volto ad accertare cause e responsabilità considerando questi eventi un problema di natura legale-assicurativa e di giustizia.

Secondo Maurizio Catino, Professore ordinario di Sociologia dell’organizzazione all’Università di Milano-Bicocca, l’approccio alla persona rafforza il senso di giustizia. È emotivamente soddisfacente. Le azioni degli individui non si realizzano in un vuoto organizzativo dove a prevalere è solo la volontà dell’operatore. In Italia, vi è la persistenza di una cultura giuridico-formale – ribadisce Catino –, una concezione  basata sul presupposto che la legge coincida con il campo di applicazione.

Il monito del Presidente Mattarella in occasione della 66esima Giornata Nazionale per le Vittime degli incidenti sul lavoro è chiaro: «Non è sufficiente dotarsi di una legislazione sofisticata, occorre altresì che essa venga concretamente attuata». Chi disegna le norme ritiene di conoscere a sufficienza i sistemi che dovranno adottarle, e suppone che essi si comporteranno secondo la norma. Ma spesso non è così e i dati statistici fotografano uno scenario preoccupante.

In Italia, una media di due lavoratori al giorno muoiono sul luogo di lavoro. Un’emergenza cui la politica dovrebbe dare priorità. Ma nel Piano nazionale di ripresa e resilienza il tema non c’è. Il Governo ha inviato alla Commissione europea un Pnrr in cui la parola sicurezza che compare 93 volte, ma mai associata al lavoro. Il tema semplicemente non esiste.

Dal punto di vista normativo, le leggi ci sono. Il Testo Unico del 2008 è adeguato a rappresentare tutti gli aspetti relativi alla prevenzione e protezione della salute e sicurezza dei lavoratori. Ma spesso non viene applicato. Il tasso d’irregolarità emerso nelle 10 mila aziende ispezionate l’anno scorso per verificare il rispetto delle norme sulla sicurezza è del 79,3%. Ma le imprese sono milioni e l’Ispettorato Nazionale del Lavoro non riesce a effettuare i dovuti controlli per insufficienza di personale.

Morire sul lavoro non è una tragica fatalità, ma è il risultato di carenze e vuoti da parte, anche, degli enti preposti a garantire le misure di sicurezza. Anche altri fattori contribuiscono agli eventi letali, quali stress e povertà.

Il 3 maggio, una giovane mamma di 22 anni, è morta dopo essere rimasta incastrata in un orditoio. L’indagine giudiziaria in corso stabilirà le responsabilità ma il contesto dell’incidente si presta a diverse “suggestioni”. L’area dove è avvenuto l’incidente fotografa una serie di capannoni dove si lavora ai telai, con ritmi incessanti senza far caso ai livelli di stress da lavoro correlato, perché la concorrenza della Cina in questo settore è agguerrita. I familiari della ragazza testimoniano condizioni di lavoro difficili cui la giovane, sarebbe stata sottoposta, con turni e carichi serrati.

La pandemia ha peggiorato le cose. Il bisogno di lavorare espone tanti lavoratori a condizioni di lavoro non “sicure”. Per ridurre drasticamente gli incidenti occorre un decisivo cambio di passo. Il Governo inserisca nell’agenda politica, tra le priorità, la sicurezza nei luoghi di lavoro con investimenti importanti in prevenzione, formazione e controlli.

La sicurezza si promuove incentivando una cultura della sicurezza che deve essere il risultato di un impegno da parte di istituzioni, Imprese e lavoratori. Il miglioramento del sistema produrrà indubbie ricadute anche sul profitto e sullo sviluppo sostenibile del Paese.

*Delegata Fondazione Bellisario per la Provincia di Catanzaro