È tarda sera quando arrivo a Cracovia, via Francoforte. Stanca ma contenta di aver messo il primo tassello di una missione a cui penso dal primo giorno di quest’assurda guerra.

La mattina la sveglia è alle 4, un’ora dopo sono già in macchina: destinazione Leopoli. È un’alba gelida, ci attendono 370 chilometri e la strada piena di neve ci accompagna. Una volta in prossimità della frontiera, l’autista deve lasciarmi e devo proseguire a piedi verso il posto di blocco per il controllo passaporti. La scena che mi si presenta davanti è quella che purtroppo da oltre un mese vediamo su tutti i telegiornali. Dal lato dell’uscita, centinaia di donne e bambini in fila per scappare dalla guerra: sono i fortunati, coloro che sono riusciti a percorrere i pericolosi corridoi umanitari e mettersi in salvo. Poi c’è chi, insieme a me, va in senso contrario e in Ucraina vuole entrare. Sono davvero tante le donne che rientrano a lottare per la libertà del loro Paese. Scambio con loro qualche parola ma a dire tutto sono i loro occhi fieri, l’orgoglio di dare il proprio contributo. Non c’è spazio per la paura, non ancora.

Con emozione percorro la fila disciplinata per raggiungere l’auto messa a disposizione dall’Ambasciatore italiano in Ucraina, Pier Francesco Zazo, un alleato prezioso che ringrazio. Sono 97 i chilometri che ci separano da Leopoli e impieghiamo circa tre ore a percorrerli su strade deserte costeggiate da colonne interminabili di ambulanze e di camion in file ordinate. L’emozione è tanta e cerco di raccogliere nella mia mente ogni cosa, di fissare nella memoria ogni singola immagine di uno scenario tanto surreale. Durante il tragitto, i blocchi sono tantissimi e appena provo a scattare qualche foto, l’autista mi richiama all’ordine: è pericolosissimo, rischiamo di essere fermati e che ci sequestrino i cellulari.

Finalmente arriviamo in una periferia “bruttina” di Leopoli. Dopo innumerevoli giri, con il navigatore che non riesce a venirci in soccorso, troviamo il luogo dell’appuntamento. Abbiamo pochissimo tempo, l’autista mi dice che dobbiamo fare presto: siamo vicini a un’antenna, un possibile bersaglio da colpire. L’emozione è così tanta che mi precipito d’impeto giù dalla macchina: mi assale il gelo finché qualcuno mi porta il piumino per coprirmi!! Ad attendermi davanti al nostro tir partito da Lucca e arrivato qui nella notte – ogni pacco con il nostro messaggio, “La Fondazione Marisa Bellisario per i bambini dell’Ucraina” – c’è Roman Kaznovetsk, il Sindaco di Lanivtsi, cittadina a 200km da Leopoli, vicino a Chernobyl. È un giovane fiero e forte e mi stringe la mano con gli occhi lucidi come i miei. Mentre uomini e donne trasferiscono i nostri pacchi su un camion malconcio e in parte bombardato, abbiamo il tempo di scambiarci un saluto. Mi racconta che anche nella sua cittadina, fino ad ora non toccata dalla guerra, i bombardamenti sono arrivati improvvisi e terribili e si cominciano a contare i morti. In questi giorni ospitano più di 2500 persone scappate dalle altre città: donne, anziani e bambini che spetta a loro accudire e sfamare. Più volte mi ribadisce che i nostri pacchi verranno schedati e catalogati: vogliono dare il giusto peso al nostro atto di solidarietà, niente sarà sprecato ma ogni cosa andrà solo a chi ne ha veramente bisogno. Sarà il suo comune a gestire la distribuzione, che avverrà solo dopo aver verificato le necessità di tutti i rifugiati. Gli spiego che, oltre a cibo, medicine e quanto serve per i bimbi, abbiamo dato seguito anche alle loro precise richieste: apparecchi medici, materassini per dormire, torce e coperte. E, quando gli dico che sono venuta da Roma per consegnare personalmente il frutto della generosità della Fondazione Marisa Bellisario, è visibilmente commosso e mi risponde che la nostra è l’unica missione ad arrivare fino alla sua Regione: è onorato e convinto che il nostro sia il più autentico e sentito messaggio di pace e fratellanza. «La libertà per cui lottiamo vincerà perché riguarda la vita di ognuno di noi» sono le parole con cui ci salutiamo per rivederci subito dopo all’ambasciata e incontrare il nostro ambasciatore. Non lo dimenticherò: nel suo sguardo, nelle sue parole ho compreso la fierezza, il coraggio e la resistenza di un popolo intero.

Lascio l’hotel, sede della nostra ambasciata a Leopoli, con l’Ambasciatore Zazo, che mi invita a seguirlo in una Chiesa e assistere con lui a una benedizione per ringraziare tutti coloro che stanno portando aiuto. Sul podio, ha parole di grande stima e profondo ringraziamento per la Fondazione Marisa Bellisario e per quanto siamo riuscite a fare in così poco tempo e con gli unici mezzi a nostra disposizione: tanto cuore e coraggio.

Si torna indietro e quando ripercorro a ritroso i 500 chilometri che mi separano da Cracovia è ormai notte fonda. La mattina dopo faccio tappa all’Istituto italiano di cultura per un saluto e prima di andare in aeroporto l’autista vuole portarmi in un locale tipico nel cuore di Cracovia, lontano dai venti di guerra che ho sentito soffiare per tutto il tempo. Dopo poco, accanto a me si siedono tre bimbe con la loro mamma giovanissima. Mi incuriosiscono i loro volti tristi, faccio un complimento, mi rispondono con un sorriso dolcissimo e cominciano a raccontare. Sono ucraine, e da quando è scoppiata la guerra vivono  a Cracovia mentre il loro papà è rimasto al fronte, a combattere. Anche io rispondo alle loro domande, mostro le foto della nostra missione e non possiamo fare a meno di abbracciarci. È la vita che continua, la vita che, attraverso i volti di quattro giovanissime donne, proclama la sua forza. La speranza non muore e la nostra missione, una goccia in un mare di disperazione, ha contribuito ad alimentarla.

Grazie a tutte, abbiamo scritto un’altra bella pagina di umanità!!!