di Renato Brunetta*

Per migliorare la vita di cittadini e imprese dobbiamo cominciare da coloro che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha definito «il volto della Repubblica»: insegnanti, medici, infermieri, forze dell’ordine. Sono i due terzi dei dipendenti pubblici: lavoratrici e lavoratori che hanno dato uno straordinario contributo all’emergenza e che adesso hanno il diritto di diventare protagonisti della ripresa. L’Italia, probabilmente unica in Europa, ha scelto di riconoscerli come i pilastri per il rilancio del Paese e di dotarsi di una Pubblica amministrazione forte e credibile, in possesso degli strumenti, ma anche della reputazione, per scommettere sul futuro e sulle transizioni digitale ed ecologica.

Nelle linee programmatiche che ho presentato il 9 marzo in Parlamento c’è la definizione del nuovo alfabeto della Pubblica Amministrazione: A come Accesso, B come Buona amministrazione, C come Capitale umano, D come Digitalizzazione. Significa innanzitutto ripensare i percorsi di reclutamento e selezione del personale per favorire il ricambio generazionale e l’innesto di competenze adeguate a costruire l’avvenire, ben oltre il Recovery. L’ingresso di energie nuove nella PA, di giovani donne e uomini, avverrà con regole diverse dal passato. Non più i vecchi concorsi, ma selezioni da realizzare al massimo in tre mesi, reclutando i migliori: due-tre mila giovani l’anno, provenienti dalle università, dalle organizzazioni internazionali, dal privato. Dopo il via libera finale della Conferenza Unificata, come ho annunciato assieme alla ministra per il Sud, Mara Carfagna, partirà subito la procedura per assumere 2.800 tecnici nel Mezzogiorno: già a luglio le amministrazioni meridionali avranno a disposizione competenze e nuove capacità per portare avanti al meglio il lavoro sul Recovery Plan.

Un nuovo alfabeto per la PA significa anche mappare le procedure complesse e intervenire chirurgicamente per semplificare, eliminare i colli di bottiglia, tagliare i tempi della burocrazia e migliorare la qualità della vita delle persone e l’efficienza delle imprese. Tutto quello che all’Italia manca e di cui ha bisogno.

Le linee programmatiche e il Patto tra Governo e sindacati per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale, siglato nella Sala Verde di Palazzo Chigi il 10 marzo, sono parte della medesima strategia e vanno letti insieme: entrambi puntano a garantire l’attuazione del Piano di ripresa e resilienza e la capacità di spesa dei quasi 200 miliardi di fondi europei che arriveranno all’Italia. Il dialogo sociale non può che passare per il contratto: è la linfa che può innervare il cambiamento.

Sono un inguaribile ottimista, dunque non parlo di ultima occasione. Ma certamente quella che abbiamo davanti è una grandissima, irripetibile opportunità. Non coglierla sarebbe un errore che gli italiani non ci perdonerebbero.

Abbiamo la possibilità di rinnovare il capitale umano pubblico favorendo l’ingresso di giovani e di personale qualificato. Significa poter cambiare l’Italia: una scuola migliore per i nostri figli, una sanità migliore per i nostri genitori e le nostre famiglie, imprese che funzionano meglio e fanno crescere il Paese. È questo il momento per costruire un’Italia più giusta, più efficiente, che possa competere in Europa e nel mondo senza i lacci delle inefficienze e della cattiva burocrazia.

Investire sul lavoro pubblico, sui tanti volti della Repubblica, vuol dire scegliere di stare da una parte sola: dalla parte dei cittadini e delle imprese. Al servizio di 60 milioni di italiani.

*Ministro per la Pubblica Amministrazione