di Cristina Finocchi Mahne*

 Secondo i dati della Nasa, la temperatura media è aumentata di oltre 1 grado rispetto alla fine del 19esimo secolo e il 2022 è stato annoverato tra i primi cinque anni più caldi mai registrati. Gli scienziati sono adesso concordi nell’attribuire la responsabilità di questo cambiamento alle emissioni di gas a effetto serra in atmosfera, tra cui il principale è la CO2 cioè l’anidride carbonica. che proviene in gran parte dal settore energetico. Per riuscire a contenere il riscaldamento globale entro la soglia di 1.5° – reputata sicura dal Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC) – è dunque ritenuto essenziale raggiungere il traguardo di emissioni zero entro la metà del ventunesimo secolo.  Tale obiettivo è previsto anche dall’Accordo di Parigi firmato da 195 paesi, inclusa l’Unione europea che, con il Green deal e l’approvazione nel giugno 2021della Legge UE sul clima ha dimostrato la volontà di rendere il nostro Continente climaticamente neutrale entro il 2050.

E la transizione energetica, come passaggio da un mix energetico centrato sui combustibili fossili a uno caratterizzato da basse emissioni di carbonio, basato su fonti rinnovabili, ne rappresenta un tassello fondamentale. A questo proposito, le nuove tecnologie di produzione dell’idrogeno sono da tempo al centro del dibattito per assicurare un futuro di energia verde. L’idrogeno proveniente da fonti a basse emissioni può svolgere infatti un ruolo importante in particolare per sostituire i combustibili fossili nelle industrie in cui esistono poche alternative pulite, come il trasporto a lungo raggio e la produzione di fertilizzanti[1].

Lo sfruttamento del potenziale dell’idrogeno è proprio una parte fondamentale della strategia europea per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 e, il numero dei brevetti globali sull’idrogeno indicati nello studio realizzato dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), che mostra l’Unione Europea al primo posto con il 28% di tutti i brevetti depositati in questo periodo, ne è una conferma. Peraltro, per l’industria chimica europea, la posizione riconosciuta nel settore delle tecnologie consolidate dell’idrogeno, rappresenta un importante vantaggio nello sviluppo delle nuove tecnologie a basse emissioni.

E proprio nell’ambito del progetto europeo “IPCEI Hy2Use” (Important Projects of Common European Interest connessi alle applicazioni dell’idrogeno), una azienda italiana quotata, Maire Tecnimont[2], attraverso la sua controllata Next Chem, ha ricevuto, lo scorso settembre, un contributo di circa €200 ml a fondo perduto per lo sviluppo di un impianto waste-to-hydrogen per il riciclo chimico dei rifiuti in idrogeno. Il progetto, che costituisce l’Hydrogen Valley di Roma – il primo incubatore tecnologico su scala industriale per la creazione di una filiera nazionale di produzione, trasporto, accumulo e utilizzo dell’idrogeno finalizzata alla decarbonizzazione dei processi industriali e alla mobilità sostenibile – rappresenta un riconoscimento delle competenze industriali e tecnologiche del nostro Paese da parte dell’Unione Europea per sviluppare un’economia dell’idrogeno a bassa impronta carbonica e a basso costo.

La tecnologia proprietaria di NextChem, permetterà di utilizzare come materia prima rifiuti solidi non riciclabili, cioè l’immondizia che attualmente finisce nelle discariche, dando così un contributo anche alla chiusura del ciclo dei rifiuti attraverso un processo di conversione chimica, con una riduzione significativa delle emissioni totali di CO2. L’impianto entrerà in funzione nella prima metà del 2027. Questo progetto rappresenta una pietra miliare nello sviluppo delle tecnologie che combinano economia circolare e chimica verde, rendendo l’Italia pioniera nella decarbonizzazione dell’industria cosiddetta hard-to-abate – cioè i settori industriali energivori in cui è più difficile abbattere le emissioni di gas serra – con un modello che potrà essere replicato in altri Paesi.

[1] Attualmente la produzione globale di idrogeno è quasi interamente basata sui combustibili fossili. Fonte IEA (International Energy Agency).

[2] Nata dalla eredità delle divisioni di ingegneria di Montecatini, Edison e Fiat, tre gruppi che hanno fatto la storia industriale dell’Italia. La Montecatini, in particolare, ha concervato per decenni il monopolio assoluto della produzione del polipropilene isotattico, una plastica dura e resistente prodotta a partire dal 1957, che ha avuto un grande successo industriale imponendosi nel mondo con il nome di Moplen e per la cui invenzione, nel 1963, Giulio Natta vinse il Premio Nobel per la chimica. Dalla fusione tra Montecatini ed Edison nel 1966 nacque la Montedison.

* Economista, Membro CdA e Presidente comitati endoconsiliari di società quotate, Docente Università Cattolica del Sacro Cuore e Membro Advisory Board Fordham University NY

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