L’arrivo a Torino, nel 2003, delle ragazze afghane per frequentare un corso di formazione organizzato dalla Fondazione Marisa Bellisario presso la ILO (Organizzazione internazionale del lavoro).

di Nicoletta Ferrari*

Correva l’anno 2001 quando la Fondazione Bellisario rispondeva alla chiamata delle donne afghane, rappresentate dalla Ministra alla condizione femminile e tutela della donne Habiba Sarabi, che desideravano essere protagoniste e artefici della costruzione della società post talebana, che avvallati da un credo religioso, aveva loro negato il diritto all’istruzione, alla salute, all’occupazione e alla giustizia.

Complice l’aria di speranza che si respirava nel Paese e la rassicurazione data dalla presenza delle truppe occidentali, con entusiasmo si decideva di dare una ferma risposta a quanto rappresentava la degenerazione di una società patriarcale: l’alto tasso di violenza nei confronti delle donne e la schiavitù economica delle stesse.

Il progetto “Un tetto per le donne” ha permesso la costruzione dello “Shelter Marisa Bellisario”, casa rifugio per  le donne vittime di violenza domestica, passibili di incarcerazione per abbandono del tetto coniugale; il progetto 100 borse di studio per 100 donne afghane”, patrocinata dal Ministero degli Esteri, ha permesso a 60 donne l’acquisizione in Italia e in Afghanistan di una formazione teorica pratica imprenditoriale, fondamentale per lo sviluppo di un tessuto economico a partecipazione femminile.

I dati statistici tuttavia comprovano una forte resistenza al cambiamento, che purtroppo è rimasto per lo più un frutto sterile di importazione. Il tasso di alfabetizzazione delle donne è in media del 16% e nei villaggi rurali il 66% delle ragazzine tra i 12 e 15 anni non studia; il 60-80% delle ragazze è costretta a un matrimonio forzato; la disoccupazione femminile è al 90% con una ghettizzazione delle donne in lavori di pulizia e cucito; il 95% dei suicidi sono di donne (Osservatorio Afghanistan 2020 e Asia Fundation 2019).

Nonostante l’eguaglianza formale dei sessi dettata dalla Costituzione del 2001, la donna afgana ha ottenuto il diritto al proprio nome sulla carta di identità solo nel novembre 2020.

Una fortissima preoccupazione si associa al ritiro delle truppe occidentali. A più voci le organizzazioni femminili afgane denunciano come negli accordi politici il futuro delle donne sia stato relegato a questione interna e quindi sacrificabile per equilibri internazionali (si legga anche l’interrogazione al Senato della Repubblica del 29 aprile 2021).

Non può del resto sottacersi la considerazione che una società fortemente gerarchica e patriarcale garantisca il controllo della politica e dell’economia, lecita e non. Fondamentale rimane quindi l’impegno delle donne afgane presenti in Parlamento e attive nel Paese, alle quali il nostro appoggio deve essere rinnovato.

*Avvocato