Fondazione Marisa Bellisario

DONNE IN GUERRA

a cura di Marta Ottaviani*

Gli ultimi anni hanno visto aumentare il peso delle donne nella politica estera e, di conseguenza, anche nei grandi conflitti internazionali. Ma la strada da percorrere è ancora lunga, soprattutto in alcuni teatri, dove la presenza femminile è quanto mai indispensabile per ricomporre divergenze e affermare il pieno rispetto dei diritti umani.

In questa prospettiva, due libri oggi tornano quanto mai attuali nella loro lungimiranza. Il saggio Le tre ghinee scritto da Virginia Woolf nel 1938 alla vigilia della seconda guerra mondiale: «Se alle donne verranno attribuite le tre ghinee per istruzione e lavoro, riusciranno ad acquisire la forza necessaria per costruire una società “nuova” in cui vengano davvero rispettati i grandi ideali della giustizia, della libertà e dell’uguaglianza». E poi c’è La guerra non ha il volto di donna, di Svetlana Aleksiev, Premio Nobel per la Letteratura nel 2015, che racconta l’epopea delle donne sovietiche nella seconda guerra mondiale, una guerra narrata dal punto di vista non virile: «Potrò mai trovare parole adatte? Posso raccontare come ho combattuto e sparato, ma raccontare quanto e come ho pianto non posso. Questo resterà non detto. So solo una cosa: in guerra l’uomo si trasforma in un essere spaventoso e oscuro».

In un celebre scritto intitolato ‘Transnational Feminist Practices Against War’, pubblicato nel 2002 all’indomani dell’invasione dell’Afghanistan, le autrici spiegano che le guerre, con il loro corollario di nazionalismo e militarizzazione della società civile, rafforzano le gerarchie di genere e le aspettative che il genere, soprattutto nella sua concezione binaria, porta con sé. Vent’anni dopo, dalle piazze dove protestano contro l’invasione dell’Ucraina, il movimento femminista russo, uno dei pochi a non essere stato devastato dalla repressione statale, ha diffuso un appello per contrastare l’occupazione dell’Ucraina. «Come cittadine russe e femministe – affermano – condanniamo questa guerra. Il femminismo come forza politica non può essere dalla parte di una guerra di aggressione e occupazione militare. Il movimento femminista in Russia lotta per i soggetti più deboli e per lo sviluppo di una società giusta con pari opportunità e prospettive, in cui non ci può essere spazio per la violenza e i conflitti militari. Guerra significa violenza, povertà, sfollamenti forzati, vite spezzate, insicurezza e mancanza di futuro. La guerra intensifica la disuguaglianza di genere e mette un freno per molti anni alle conquiste per i diritti umani. Le femministe russe e coloro che condividono i valori femministi devono prendere una posizione forte contro questa guerra scatenata dalla leadership del nostro Paese». Il loro appello conferma quello che le scrittrici avevano capito già il secolo scorso: la guerra non ha volto di donna.

E non hanno un volto di donna nemmeno i regimi autoritari che portano alla guerra, come dimostrano la strenua resistenza delle donne afghane e la battaglia delle donne iraniane.

Il panel si propone di esaminare, partendo dall’esperienza e dal grande profilo professionale delle sue partecipanti di individuare prospettive e criticità, perché il ruolo delle donne nelle zone di conflitto sia sempre più riconosciuto come necessario a tutti i livelli.

Un altro punto importante che si intende sviluppare è come le donne possano iniziare davvero a ‘fare sistema’ fra di loro, per arricchirsi con le reciproche competenze e sfondare quel soffitto di cristallo che molto spesso è rappresentato da un loro impiego che non viene valorizzato come dovrebbe essere.

*Giornalista Avvenire e QN

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5 commenti su “DONNE IN GUERRA”

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