Fondazione Marisa Bellisario

IL LINGUAGGIO UNIVERSALE DELL’INCLUSIONE

di Rita Alaggio*

Per molti medici e ricercatori della mia generazione gli Stati Uniti sono stati meta di pellegrinaggio culturale e modello accademico. Dal 2017 al 2019 sono stata Professor of pediatric patology al Children’s Hospital-University of Pittsburgh. L’esperienza accademica americana è stata una rivelazione inattesa del bagaglio di “bias inconsci” coltivati negli anni di lavoro in Italia. Dal confronto con le giovani colleghe americane ho imparato una nuova consapevolezza al femminile. Ho appreso il potere educativo del linguaggio e del suo uso rigoroso nel rispetto della diversità. Lo stile linguistico è strumento di parità tra i sessi e di addestramento alla leadership che i giovani apprendono già nel percorso didattico universitario.

Deborah Tannen, docente di linguistica alla Georgetown University di Washington, nel saggio “Talking from 9 to 5: Women and Men at Work” (William Morrow Paperbacks Edition, September 2001) ha evidenziato come le differenze tra i due sessi nell’uso del linguaggio possano influenzare profondamente la scelta del personale per una posizione di leadership. Per le donne la parola ha una funziona di conferma e crescita relazionale, per gli uomini è arma di affermazione e dominio. Conoscere queste diversità contribuisce ad abbattere i modelli di relazione precostituiti. Il linguaggio ha anche un profondo potere trasformativo.

Molte riviste scientifiche, come parte delle strategie aziendali di inclusione ed equità, hanno recentemente diffuso le linee guida per un linguaggio inclusivo e rispettoso con una lista di termini da abolire o sostituire. Potrebbe suscitare l’ilarità di qualcuno sapere che una valutazione “in cieco” debba essere sostituita da una valutazione “al buio”. Questo sicuramente non cambia il processo valutativo, ma infonde in chi esegue la valutazione, lo stimolo a una riflessione sul potere di discriminazione della parola. L’esercizio verbale costante influenza il cambiamento e viceversa. Le ragazze americane imparano presto che non devono accettare che un capo si rivolga a loro dicendo “don’t overreact” perché questo implica una connotazione negativa se rivolto ad una donna.

Se è valido ancora oggi il detto latino “Rem tenes verba sequentur”, le parole raccontano una storia, ma come una goccia possono anche scavare nei comportamenti aiutando a scrivere un nuovo capitolo di inclusione ed uguaglianza.

*Responsabile UOC Anatomia patologica, Ospedale Bambino Gesù

 

6 commenti su “IL LINGUAGGIO UNIVERSALE DELL’INCLUSIONE”

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