Fondazione Marisa Bellisario

CE LA STIAMO METTENDO TUTTA

di Eugenia Roccella*

Una ogni tre giorni. Una vita ogni tre giorni spezzata, una donna ogni tre giorni assassinata. È la drammatica contabilità dei femminicidi nel nostro Paese, ancor più preoccupante se si pensa che numeri così agghiaccianti, così intollerabili, sono addirittura migliori rispetto a quelli di tante altre nazioni europee, per non parlare di ciò che accade in altri luoghi del mondo.

La violenza contro le donne è un’autentica emergenza. Non serve che ce lo ricordino le cronache, ma comunque la quotidianità è puntuale nel proporre ogni volta un nuovo orrore, in una catena che ogni volta si ripete: dalla ragazza uccisa con un bimbo in grembo alla giovanissima trucidata e bruciata, fino alla donna che aveva più volte denunciato il proprio persecutore che alla fine è riuscito a portarle via la vita. E ancora, ci sono minori coinvolti, vittime due volte: perché orfani della propria madre, e perché magari a renderli tali è stato il loro padre, in una logica di dominio e sopraffazione che paradossalmente sembra accrescersi, piuttosto che diminuire, con l’avanzare della libertà femminile che evidentemente per alcuni uomini è ancora difficile da elaborare, e da digerire.

Il problema va affrontato su diversi piani. Dal punto di vista della prevenzione e repressione penale dei reati di violenza, l’Italia ha una buona normativa che tuttavia ha mostrato delle falle al momento dell’applicazione concreta. Per questo, sul solco del “codice rosso”, il governo ha promosso una legge per il rafforzamento delle misure di prevenzione (ammonimento, braccialetto elettronico, distanza minima di avvicinamento ecc.) e la disposizione di tempi stringenti per la valutazione del rischio da parte dell’autorità giudiziaria, con la conseguente applicazione delle misure cautelari. Quest’ultimo è un aspetto cruciale, perché i ritardi sono costati diverse condanne all’Italia in sede europea e soprattutto sono costati la vita a vittime che hanno pagato le lentezze e la mancanza di tempestività. E invece in questo ambito la tempestività è tutto, perché – a causa del rapporto di contiguità che spesso li lega – allontanare l’uomo violento dalla sua vittima può significare salvare a quest’ultima la vita.

Il governo Meloni – il primo in Italia presieduto da una donna – non ha aspettato l’incalzare dei casi di cronaca per avvertire quello della violenza contro le donne come un’urgenza. Fin dalla prima legge di bilancio abbiamo aumentato i fondi per il piano nazionale anti-violenza – e dunque per i centri anti-violenza e le case rifugio – che in due anni abbiamo quasi raddoppiato portandoli in maniera strutturale da 35 a 55 milioni, ai quali per quest’anno si aggiungono altri 9 milioni stanziati dal mio ministero per l’empowerment delle donne in uscita da situazioni di violenza.

Abbiamo inoltre promosso campagne di diffusione del numero verde anti-violenza 1522, mediante accordi con enti e reti di servizi come Poste Italiane. Abbiamo predisposto iniziative rivolte al mondo scolastico per la sensibilizzazione e il coinvolgimento dei ragazzi. Stiamo lavorando nell’ambito del comitato tecnico-scientifico dell’osservatorio anti-violenza sulle linee guida per la formazione del personale a vario titolo nelle situazioni di violenza – forze dell’ordine, magistrati, operatori sanitari, servizi sociali -, e sui decreti attuativi (molto complessi) della nuova legge sulla raccolta dati.

Ce la stiamo mettendo tutta. Abbiamo assunto questo impegno fra le nostre priorità e – ben sapendo che un governo può fare tanto ma non può da solo mettere fine a un fenomeno così radicato e complesso – stiamo compiendo ogni sforzo affinché questa catena di dolore e di morte possa interrompersi. Riteniamo in ogni caso che per vincere questa sfida sia necessario intervenire anche sulla crisi educativa che evidentemente affligge il nostro tempo. Partire dalla consapevolezza delle donne, perché le battaglie per la libertà femminile non possono che partire da noi, ma hanno davvero successo quando riescono a coinvolgere anche gli uomini.

Bisogna cominciare dalle famiglie, alle quali dobbiamo offrire strumenti per recuperare il proprio fondamentale ruolo di agenzia educativa, proseguendo con le scuole. Si tratta di recuperare quell’educazione al rispetto che è alla base della convivenza civile, alla base della relazionalità fra persone; alla base, in definitiva, della libertà di ciascuno di noi.

 

* Ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità

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