Fondazione Marisa Bellisario

“LA PAROLA AL TRIBUNALE 8 MARZO”

Intervista a Gioia Di Cristoforo Longo, a cura di Rosa Musto*

Sempre per non dimenticare come sia iniziato in Italia il percorso di lotta alla sopraffazione e alla violenza verso le donne, annoverando questioni e fatti, di tradizione considerati nella cultura dominante tabù da non dichiarare, il testo “ a parola al Tribunale 8 Marzo”, edito da Armando quest’anno, fa luce su questo percorso in materia di giustizia, a partire dagli anni’70 del secolo scorso. Questo libro, a cura di Gioia Di Cristofaro Longo, già ordinaria di Antropologia e fondatrice e Presidente del Tribunale 8 Marzo – realizzato con il contributo anche di Laura Remiddi, Avvocata civilista e Antonietta Carestia, già Sostituto Procuratore generale presso la Corte di Cassazione – dà una sintesi delle sentenze programmatiche, le pubblicazioni e gli eventi che hanno determinato nel tempo i progressi a cui assistiamo nel nostro costume e nelle leggi a tutela delle diverse situazioni di fatto e di diritto e nel loro continuo divenire, sino ai giorni nostri.

Ecco qualche domanda rivolta Gioia Di Cristofaro Longo su questo scritto interessante e stimolante.

Cosa si intende per “futuro della memoria”, finalità ed essenza di questo libro?

Il XX secolo, per noi occidentali e anche in Italia, ha rappresentato un momento importante da non dimenticare, è avvenuta una reale mutazione antropologica epocale, che ha definito l’identità culturale femminile, per questo la finalità principale è stata quella di voler tramandare alle giovani generazioni, attraverso la testimonianza di quanto abbia realizzato l’Associazione 8 Marzo, a partire dagli anni’70 del secolo scorso, questioni mai trattate fino ad allora, in materia di difesa delle donne vittime di discriminazioni e violenze. Si è inteso quindi rendere noto con un approccio scientifico, documentale, su cosa si è iniziato a fare agli albori di un processo di rinnovamento in materia di giustizia e società, seguendo un cammino che rendesse l’intera società consapevole dei diritti delle donne. Tutto è iniziato senza sconti, ha visto percorsi e tappe raggiunte con dolore e faticosamente, percorso che ancora oggi prosegue, anche se di strada se ne è fatta. Importante è far conoscere oggi quale sia stato il primo passo, l’inizio, cioè quello di dare parola alle donne, per renderle protagoniste e facendole uscire dal silenzio al quale da sempre erano educate a fare per un atavico condizionamento culturale familiare e sociale. Il concetto di memoria è in tal sede inquadrato nella sua continua evoluzione, che ha avuto un inizio e che prosegue ancora oggi e su cui occorre fare luce continuamente, per non dimenticare l’iter evolutivo, controllando le sue eventuali tappe di arresto, i momenti di regressione, che i costumi possono generare per motivi diversi. Memoria per non cadere nell’oblio attraverso la conoscenza di come si può agire al meglio per superare stereotipi e pregiudizi secolari, che ancora oggi purtroppo incidono sugli stili di vita di diverse comunità, in società non democratiche, dove ancora domina l’asimmetria artificiale dei ruoli, fondata sull’assegnare alle donne la gestione privata del quotidiano e all’uomo quella del sociale, con la loro sottomissione a un sistema sociale dominato dall’uomo.

A che punto siamo giunti oggi?

I progressi raggiunti negli ultimi decenni, sino a oggi, su scala mondiale e nei Paesi democratici, hanno visto in prima istanza il superamento del pregiudizio della inferiorità femminile nella società. Progressi importanti e documentati dal 1948, dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che parte dal principio che tutti gli uomini nascono liberi e uguali in dignità e diritti; c’è poi la nostra Costituzione Italiana che all’articolo 3 stigmatizza l’ uguaglianza di tutti i cittadini e loro pari dignità davanti alla legge senza alcuna distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali e sociali.

Oggi però si assiste a un fenomeno di violenza fisica sulle donne che richiama al dovere costante, da parte di tutte le istituzioni, della lotta e rifiuto, operando senza abbassare mai la guardia, a seguito dei cosiddetti numerosi femminicidi, gli omicidi di genere, che trovano riscontro nel concetto culturale di uomo soggetto di potere e di donna oggetto di possesso, come riportato dai dati Istat e dalle testimonianze del Tribunale 8 Marzo. Questo impone una profonda riflessione e un’indagine accurata, da affrontare andando a individuare e interpretare i comportamenti di elusione delle dichiarazioni dei nostri principi costituzionali, che li rendono illegittimi e li condannano.

Cosa stia accadendo è importante comprenderlo. È la dominanza maschile che tenta di ridimensionare la portata innovativa della nuova identità femminile affermata sul piano legislativo nazionale e internazionale? Sta incidendo probabilmente anche l’affermarsi di un’identità femminile che intende superare l’omologazione allo stile maschile di vita che il passato concetto di parità richiedeva?

Il punto focale a mio avviso riguarda l’identità femminile di questo secolo, che fonda la sua natura e affonda le sue radici nel concetto di libera scelta, di autodeterminazione, che vede la donna protagonista di un nuovo stile di vita a cui l’uomo fa fatica ad adattarsi. Per meglio comprendere cosa accade sul piano culturale ai soggetti discriminati e che subiscono violenza, ho individuato tre forme di significato su cui si si sviluppa l’iter interpretativo e seguendo alcune parole chiavi come l’impedimento, occultamento, riduzione/banalizzazione, distorsione. Prendere coscienza di questo, significa intraprendere un processo importante, ma faticoso, su cui si gioca il concetto di credibilità della stessa società democratica contemporanea. Si tratta di un cammino in salita che si snoda tra rotture e resistenze, coinvolgendo ad esempio interventi di legge che investono il mondo del lavoro, con le sue carriere (esempio la Legge Golfo-Mosca sulle quote di genere nei consigli di amministrazione) e i messaggi culturali trasmessi da mass media e rete internet.

In conclusione, si può quindi affermare che il cammino è ancora lungo da percorrere, occorre accettare la sfida di non istituire solo leggi stringenti contro la violenza, ma è importante prevedere una formazione per una crescita culturale generale per tutti, capace di contrastare le varie forme di violenza contro le donne e superando la ristretta dimensione del privato quotidiano in cui si trova confinata dalla lunga tradizione, per andare a ridefinire una nuova identità di genere, che sia equa per tutti, uomini e donne.

*Dirigente tecnico Ministero dell’Istruzione ed esperta di comunicazione pubblica istituzionale

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3 commenti su ““LA PAROLA AL TRIBUNALE 8 MARZO””

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