di Carolina Botti*

L’osservatorio privilegiato sul panorama culturale italiano derivante dall’aver lavorato nell’ultimo decennio per istituzioni culturali nel settore pubblico, mi ha permesso di seguire da vicino molte iniziative culturali estrapolando punti di forza e problematiche da affrontare riguardanti vari aspetti del loro ciclo di vita a partire dalla fattibilità e sostenibilità.

Per molti anni mi sono occupata, in particolare, di finanziamenti pubblici esaminando numerose proposte progettuali di partecipazione a bandi di concorso. Un primo aspetto su cui riflettere riguarda il tema dell’accessibilità ai finanziamenti disponibili: spesso le realtà più giovani in questo campo non hanno sufficiente strutturazione ed esperienza per conoscere le opportunità disponibili e, se pure ne vengono a conoscenza, l’accesso ai finanziamenti richiede spesso un track record (o comunque un assetto organizzativo) che privilegia in molti casi chi è stato già oggetto di precedenti/ulteriori contributi.

Nella realtà, assistiamo spesso a un proliferare di bandi, che frazionano l’intervento pubblico e spesso lo rendono disponibile fuori tempo massimo per consentire una reale pianificazione e produzione di contenuti. Per favorire una crescita e uno sviluppo “meritocratico” dei vari soggetti che producono “cultura” dovrebbe essere assicurata, a livello centrale e/o territoriale, una pianificazione della strategia di sostegno della produzione culturale prevedendo, nelle varie linee di finanziamento, anche una quota per nuove iniziative ai cui proponenti non richiedere delle strutturazioni complesse e consolidate ma privilegiarne la finalità, il programma di lavoro, la qualità dei soggetti coinvolti, la creazione artistica, consentendo loro una adeguata pianificazione dell’attività coerente con la tempistica dei bandi. Ovviamente quando si parla di fondi pubblici e delle responsabilità in capo a chi li gestisce, questi aspetti non sono facilitati perché spesso c’è una componente di valutazione più qualitativa/discrezionale rendendo quasi impossibile per le istituzioni pubbliche assumere un loro ruolo di “angel investors”.

Molte aspettative sono riposte nel PNRR, che certamente rappresenta un’opportunità unica, anche nel settore culturale, ma i tempi stringenti per la realizzazione del programma e la mole di fondi da gestire all’interno delle regole degli appalti pubblici tenderà a privilegiare ancora una volta realtà solide e strutturate per affrontare gare pubbliche, rendendo più semplice il ruolo dei decisori pubblici. Sarebbe molto interessante affiancare a questo programma alcuni incentivi per facilitare una nuova produzione culturale anche riprendendo, ad esempio, la vecchia Legge n. 717/49 (meglio conosciuta come Legge del 2%) che ha recepito nell’immediato dopoguerra – situazione a cui spesso si paragona la realtà attuale post-covid – la disciplina che prevedeva l’obbligo di “abbellimenti artistici” per tutta l’edilizia pubblica di nuova realizzazione con l’ulteriore obbligo di accantonamento di somme non inferiori al 2% del costo totale dell’intervento per opere d’arte. Adeguare tale legge, o ampliare ad esempio l’ambito di ammissibilità degli incentivi per il mecenatismo, a favore dei giovani artisti e della produzione di nuova arte faciliterebbe probabilmente lo sviluppo di un nuovo rinascimento.

*Direttore Ales (Società interamente posseduta dal Minitero della Cultura)

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