La notizia ha fatto parlare per giorni, le donne in particolare, che l’aspettavano da più di 40 anni. O meglio da sempre. E che oggi, grazie alla Corte Costituzionale potranno dare il proprio cognome ai propri figli. Non più per concessione o ricorrendo a un giudice ma perché è costituzionalmente illegittimo il contrario ovvero l’attribuzione automatica del nome paterno.

Non mi dilungo sui particolari della sentenza storica. Rispetto alla quale faccio solo due osservazioni. La prima, è che è stato un uomo,  Giuliano Amato, un’anima liberal socialista, a spingere per una decisione che ora obbliga la politica a legiferare. Dopo decenni di un immobilismo scandaloso. Perché la prima proposta sul cognome materno risale al 1979, presentata da una socialista, Maria Magnani Noya, prima donna Sindaco di Torino, tre volte Sottosegretaria e infine Vice Presidente del Parlamento europeo. E qui consentitemi di rivendicare la lungimiranza e il radicato, vero e concreto spirito di parità socialista.

Sorvolo poi sulla storia seguente: sentenze, richiami e raccomandazioni delle istituzioni europee, disegni di legge presentati e mai discussi e altri mai approvati in via definitiva. E non è la prima volta che la Corte Costituzionale si esprime al riguardo: lo aveva fatto nel 2006, quando scrisse che il solo cognome paterno è «il retaggio di una concezione patriarcale della famiglia e di una tramontata potestà maritale, non più coerente con il valore costituzionale dell’uguaglianza uomo donna», esortando il Parlamento a cambiare le regole. E poi ancora nel 2014, nel 2016 e nel 2021. E oggi la decisione, dopo aver festeggiato la prima donna Presidente della Consulta ‒ Marta Cartabia, cui nel 2020 abbiamo consegnato il Premio Bellisario ‒ in una Corte che conta quattro donne. Potere della parità…

La seconda notazione riguarda la politica, ancora una volta messa spalle al muro. Una politica che continua a non decidere, che resta indietro, lontana anni luce da una società che muta, si sposta, evolve a una velocità mai vista. Ho dato un’occhiata a quel che accade nel resto d’Europa, e ancora una volta siamo soli, ultimi a recepire un cambiamento che altrove le norme hanno sancito da tempo.

E ora, ciò che più mi preme. Perché in questi giorni si è discusso di cavilli e conseguenze, si è agitato lo spettro della confusione e pure dei litigi all’interno delle coppie, ci si è interrogati sulla retroattività, sul cumulo dei cognomi per la seconda generazione. Insomma, tutte questioni di lana caprina rispetto all’importanza del principio che è stato affermato.

Noi siamo cresciuti e cresciute all’ombra dell’identità paterna. Discendenti solo per linea maschile. Anche quando i padri non c’erano mai stati o se n’erano andati. Nella nostra storia, anche e soprattutto pubblica, restava il loro “marchio di fabbrica”, indelebile. E un figlio maschio assicurava la prosecuzione della stirpe, garantiva che quel cognome non si perdesse. Ereditando terre, possedimenti, nobiltà. La stirpe materna era ininfluente. Quasi fosse un’ospite in un nucleo familiare che alla fine dal suo parto aveva avuto origine. Un’iniquità che anche al solo pensarci si diventa matte!

Serviva la Consulta per dirci che tutto questo non ha più ragione d’essere? No, ovviamente, lo sapevamo da sempre ma finalmente si è sancito che tale pratica è discriminatoria e lesiva dell’identità del figlio. Che non esiste un ordine gerarchico nei ruoli genitoriali. Che una madre conta quanto un padre, e non solo affettivamente ma anche giuridicamente. Un’ovvietà per i nostri figli, una svolta epocale per chi questa battaglia l’ha combattuta e per i milioni di donne che hanno cresciuto da sole figli con un cognome diverso dal loro.

Vallo a spiegare a un’adolescente che c’era un tempo in cui per legge avrebbe avuto solo il cognome del padre! Tra qualche anno, mi godrò la sua faccia stupita e penserò di essere stata tra quante hanno contribuito a costruire un’Italia diversa e migliore.

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