di Laura Luigia Martini*

“Carneade! Chi era costui?” – “ruminava tra sé” don Abbondio nell’ottavo capitolo de I Promessi Sposi, con riferimento al poco noto filosofo greco del probabilismo. Per estensione, tutto ciò su cui ci si interroga e che non è di immediata comprensione viene normalmente evitato nei discorsi o, al contrario, se ne discute molto, forse troppo, così da formulare le più disparate definizioni nel tentativo di circoscrivere concetti che circoscritti o circoscrivibili non sono. È questo il caso di “leadership”, un vocabolo ormai quasi abusato, che in questo breve scritto tenterò di analizzare a modo mio, attingendo come sempre dall’esperienza.

La leadership è una forma di potere che si acquisisce con la capacità di motivare gli altri, di ispirarli, di guidarli in senso non impositivo, bensì condividendo le proprie intuizioni, idee, le proprie convinzioni il cui valore determina appunto il consenso. Per questo i leader devono saper dare feedback costruttivi, seppur a volte negativi, devono impartire la propria direzione alle attività di ogni giorno e non far pesare il loro status, devono essere d’esempio per chiunque con il proprio modo di agire, con l’impegno e con i risultati che quell’impegno concretamente genera. Il vero leader infine non nasconde mai i propri difetti, ma anzi chiede agli altri continui contributi per migliorarsi, e questo sviluppa nei collaboratori o allievi un senso di appartenenza, annulla le distanze in modo costruttivo, incentiva a fare di più e meglio. E tuttavia, nella crisi globale di un’epoca come quella che stiamo vivendo, l’azione puramente ispirata a paradigmi di management lineari e a strategie consolidate ha mostrato tutti i suoi limiti: l’imprevedibile e la capacità di adattamento delle decisioni di business ad una realtà in continuo divenire caratterizzano le scelte che ogni giorno dobbiamo compiere nell’esercizio della nostra professione.

Personalmente trovo sia molto d’aiuto, nel tentativo di risolvere la questione della leadership moderna, attingere dall’esperienza musicale, così come ben delineato nella raccolta “Lo spirito di leadership nella musica” di Padre Fausto Gianfreda. Esiste infatti un’innegabile, profonda relazione tra musica e spiritualità in materia di leadership, dalla consapevolezza emotiva alla cosiddetta leadership creativa fino allo spirito del tempo musicale nei ritmi collaborativi da impartire a team e organizzazioni.
Da ingegnere, ma anche da musicista, sono convinta che non esistano circostanze che richiedono l’eccezionale coinvolgimento di tutte le capacità dell’individuo nella loro interezza quanto quelle che portano al successo davanti a un pubblico, perché l’esecuzione di un brano o la direzione di un coro o di un’orchestra non sono puramente un fatto scientifico e razionale, ma anche emotivo e spirituale: la più complessa, meravigliosa forma di leadership, quella che pervade l’intimo sentire di ognuno di noi.

Concludo accennando a un capitolo per me molto importante della mia storia personale.
Esattamente quarant’anni fa, poco più che bambina, venivo accettata come allieva a un corso di pianoforte da Luigi Toja, uno dei maggiori organisti del ‘900, le cui interpretazioni di Bach e Reger sono entrate nella storia della musica. Un rapporto di reciproca stima e affetto durato fino alla scomparsa del grande musicista. Dal Maestro, dal suo amore per l’arte, dalla sua instancabile ricerca della perfezione, dalla dedizione costante al miglioramento delle performance dei suoi allievi, e dunque dalla sua innata leadership, ho imparato a gestire la pressione e le tensioni emotive che tipicamente governano i processi decisionali, poiché nulla si ripete mai uguale a se stesso, nella musica come nel business.
In questo senso il “fare musica”, lo studio della musica, che è studio faticoso e richiede costanza e applicazione assidua nell’arco di molti anni, riesce a creare nell’individuo la capacità di applicare un metodo decisionale e un’attitudine motivazionale nei confronti dei collaboratori che derivano la loro forza da una particolare disciplina interiore.

Nasce così, da questo intenso lavoro su se stessi, uno speciale stile di leadership, efficace nell’indirizzare le decisioni più complesse, ma anche affascinante e bellissimo poiché intriso di umanità, quell’umanità che da un semplice calcolo matematico o da una considerazione di carattere economico non può trasparire.

*SDA Bocconi School of Management Advisory Board Member

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