Fondazione Marisa Bellisario

MIND THE GAP

 di Anna Rita Germani*

Nell’ultima classifica annuale del Glass-ceiling index recentemente pubblicato dal The Economist relativamente al ruolo e all’influenza delle donne nel mercato del lavoro, troviamo l’Islanda al primo posto (per il secondo anno consecutivo) seguita da Svezia, Norvegia e Finlandia. Scorrendo la classifica si osservano dei dati per certi versi sorprendenti. Corea del Sud, Giappone e Turchia occupano le ultime posizioni e affrontano ancora grandi ostacoli relativamente a i) partecipazione alla forza lavoro, ii) livelli salariali, iii) congedi parentali retribuiti e iv) rappresentanza politica. L’Italia si posiziona in sedicesima posizione, sopra la media OCSE, e performa meglio di paesi come la Gran Bretagna, la Germania e i Paesi Bassi. Analizzando i vari indici dell’indicatore composito, si osserva una forte incidenza del livello di educazione sulla quantità e qualità del lavoro femminile; nonostante, in quasi tutti i 29 paesi OCSE analizzati, le donne laureate siano una proporzione maggiore rispetto agli uomini, esse costituiscono una proporzione minore della forza lavoro. Questo dato è più evidente in Turchia, Grecia e Italia, dove meno di due terzi delle donne adulte sono impiegate; tale divario nei tassi di partecipazione alla forza lavoro alimenta quindi il divario retributivo di genere che, a livello di paesi OCSE, si sostanzia in un guadagno per le donne di circa il 12% in meno rispetto agli uomini. L’enorme sproporzione, poi, tra congedi parentali destinati alle donne rispetto a quelli destinati agli uomini rimane uno dei punti di maggior sofferenza dell’indice, e anche una delle criticità più acute nel rapporto tra donna e lavoro.

Anche il recente report della Banca Mondiale Women, Business, and the Law offre un quadro completo degli ostacoli che le donne ancora affrontano nell’entrare nel mercato del lavoro e nel contribuire a un maggiore benessere per sé stesse e per le loro famiglie. Lo studio quest’anno, per la prima volta, valuta il divario tra le riforme legali e i risultati effettivi per le donne, in 190 economie. I risultati dell’analisi rivelano uno sconcertante divario attuativo. I governi di quei paesi che hanno promosso importanti riforme in materia di pari opportunità (retribuzione, diritti genitoriali e tutela del posto di lavoro) hanno ottenuto risultati mediocri nelle due categorie monitorate per la prima volta dal report, vale a dire l’accesso all’assistenza all’infanzia e la sicurezza delle donne. Quando si includono queste misure, le donne godono in media solo del 64% delle tutele legali di cui godono gli uomini. La Banca Mondiale stima anche che la chiusura di questo divario potrebbe far aumentare il prodotto interno lordo globale di oltre il 20%, sostanzialmente raddoppiando il tasso di crescita globale nel prossimo decennio.

Cosa determina questo divario? L’accesso disuguale all’istruzione e la discriminazione sul posto di lavoro giocano un ruolo importante ma, almeno nei paesi più ricchi, il servizio di assistenza all’infanzia è la causa principale. Una misura di questo divario è la motherhood penalty o pena di maternità, misurata in termini di declino medio nella probabilità di impiego di una donna durante i dieci anni successivi alla nascita del suo primo figlio. Quando le donne diventano madri spesso smettono di lavorare e questo genera una penalità di carriera che spiega la maggior parte del divario di genere nella partecipazione alla forza lavoro, specialmente nelle carriere altamente retribuite. A tale proposito, Harrington e Kahn (2023) dimostrano come un aumento del 10% del lavoro da remoto o ibrido sia in grado di aumentare l’occupazione tra le madri di circa l’1%.

Sono innumerevoli le cose che si possono fare per affrontare i costi sociali relativi alla pena di maternità. Save the Children ha appena pubblicato un’elaborazione dei dati INPS relativi al congedo di paternità in Italia; se la buona notizia è che tra il 2013 e il 2022 il numero dei papà che ha utilizzato il congedo di paternità è più che triplicato (anche se la quota di chi lo utilizza è solo il 64% dei potenziali beneficiari), la cattiva notizia è che la durata del permesso di paternità è ancora troppo bassa e non è sufficiente a conciliare lavoro e famiglia. Oltre a politiche che favoriscano una più equa distribuzione dei carichi di cura in famiglia, è necessaria un’azione a livello culturale per rendere il congedo di paternità obbligatorio, universale e paritario come succede in altri paesi europei. Sarebbe saggio tenerne conto.

*Professoressa Sapienza Università di Roma

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