Fondazione Marisa Bellisario

LA GEOPOLITICA DELL’ENERGIA NELL’ERA DELLA TRANSIZIONE GREEN

di Laura Luigia Martini*

“Carthago delenda est” – così terminava tutti i suoi discorsi in Senato Marco Porcio Catone, Censore della Repubblica Romana. Era il 146 a.C. quando Cartagine, la più famosa e potente tra le colonie fenicie dell’Africa settentrionale, fu rasa al suolo dopo ben tre guerre puniche combattute contro la grande Roma. Il motivo? La conquista dell’egemonia sul Mar Mediterraneo, ovvero il controllo del commercio via mare, essendo la città africana meravigliosamente affacciata sul Golfo di Tunisi. La caduta di Cartagine e l’annessione dei relativi territori spostò di fatto il baricentro commerciale del Mediterraneo su Roma, stravolgendo la geografia fisica, quella umana, nonché l’azione politica delle regioni coinvolte. Ma perché ricordare questo sanguinoso capitolo della nostra storia nel contesto della geopolitica dell’energia? Perché l’energia è quel bene che la precarietà del governo di molti stati rende ancor più prezioso, in grado finanche di creare e distruggere zone di influenza macroeconomica. Con “geopolitica dell’energia” si intende la relazione tra la storia politica di diversi Paesi, le risorse energetiche e la loro distribuzione geografica, così come il controllo di un’area strategica per il commercio è determinante al fine di consolidare o deprimere il potere di uno stato rispetto ad un altro. Esattamente ciò che accadde tra Roma e Cartagine.

Da quali fattori è regolata la politica economica in campo energetico? La risposta non è univoca, e per spiegarla attingerò al pensiero dell’Ing. Pietro Lubello, Research Fellow in Energy system modelling presso lo University College di Londra. Esistono Paesi ancora fortemente dipendenti da altri in termini di approvvigionamento, e dunque più esposti alle fluttuazioni dei mercati, e Paesi con abbondanza di risorse energetiche ma carenti nelle tecnologie e nelle competenze che ne consentirebbero lo sfruttamento, vincolati dunque a multinazionali straniere per accedere alle loro stesse risorse. Quanto ai grandi esportatori di materie prime dell’energia, come il Medio Oriente, il surplus economico generato porta al rafforzamento della valuta e all’indebolimento delle altre attività di esportazione, rendendo il Paese sempre più dipendente dall’energia.
In campo nucleare d’altro canto, senza accordi internazionali, non è possibile attuare l’arricchimento dell’uranio per l’alimentazione delle centrali. Si tratta quindi di una sorta di interdipendenza energetica tra i vari stati, condizione che, nell’attuale scenario geopolitico di grande incertezza, facilmente si traduce in una rinnovata attrattiva verso la de-globalizzazione.

È lecito chiedersi come tutto questo cambierà con la transizione green. Negli ultimi anni l’Europa, unica regione al mondo con un piano realistico per arrivare a emissioni Net Zero entro il 2050, ha assunto un ruolo fondamentale nella transizione energetica, facendo della decarbonizzazione, ovvero dell’eliminazione della dipendenza dai combustibili fossili (petrolio, carbone e gas naturale), il proprio principale obiettivo. Ciò favorirebbe, secondo ISPI, un riequilibrio del quadro geopolitico globale che ha dominato l’ultimo secolo. Per contro, se le fonti energetiche a basse emissioni, in particolare quelle eoliche e solari, sono ampiamente distribuite, così non è per le risorse minerarie e per i materiali utili alla fabbricazione delle turbine o dei pannelli necessari al loro sfruttamento. Ciò porterà alla transizione naturale verso una geopolitica nuova, verso nuove e diverse dipendenze internazionali. Un capitolo a parte è quello dell’idrogeno verde, un vettore energetico sostenibile, molto flessibile e ad altissimo potenziale, soprattutto nei cosiddetti settori hard-to-abate (acciaio, chimica, ceramica, carta, vetro, cemento e fonderie). Ma l’idrogeno necessita di infrastrutture proprie per la produzione, il trasporto e il trattamento a destinazione, e l’impatto geopolitico del suo impiego come fonte energetica potrebbe essere notevole poiché i centri di domanda e quelli di produzione raramente coincideranno e un nuovo mercato globale vedrà la luce.

In conclusione: è possibile stabilire oggi come tutti questi elementi insieme influenzeranno la geopolitica di domani, o quali effetti avranno i nuovi equilibri sulla transizione energetica? Non in maniera deterministica, ma sono convinta che le risorse alternative a bassa emissione siano la nuova frontiera della sostenibilità, una delle più rilevanti sfide del nostro tempo, quella che dovrà armonizzare gli interessi economici, sociali e politici con le necessità ambientali del pianeta.

*SDA Bocconi School of Management – Advisory Board Member

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