Il 28 giugno la mia legge sulle quote spegnerà dieci candeline. Un traguardo importante, accompagnato da risultati incoraggianti. Da donna mi sono battuta per le donne con tante iniziative, da parlamentare sono riuscita a far approvare una norma che oggi ci riconsegna una società migliore, con più parità.

Già all’epoca è stata una legge difficile da far comprendere a tutti e ancora oggi incontra qualche scetticismo. I numeri però parlano chiaro: nel 2021 le donne occupano il 37% dei CdA delle società quotate in Italia, nel 2008 erano solo il 5,9%. Senza le quote, Banca d’Italia stimava in 50 anni il raggiungimento del 30% di donne in CdA.

Guardando ai dati, sembrerebbe lecito tirare un po’ il fiato, magari anche pensare che il grosso sia stato fatto, perlomeno avviato. Non è così: anzi, rischiamo che il traguardo dei board rappresenti un’eccezione. L’Italia rimane al 117 esimo posto su 156 Paesi secondo il Global gender gap del Word Economic Forum; le donne dirigenti, pur avendo registrato un aumento del 48%, sono ancora 18 su 100 e gli Amministratori Delegati delle quotate si fermano al 2%.

La legge sulle quote ha costruito progressi impressionanti, ma non ha potuto fare tutto: ha portato più donne nei board migliorandone la qualità, ha garantito più equità decisionale, ha persino incrementato i profitti e dimostrato quanto il contributo femminile sia fondamentale per una gestione aziendale sostenibile e competitiva. Ora bisogna puntare più in alto, ai ruoli di Ceo, AD, Presidente, Direttore generale. E farlo non solo nelle società quotate e partecipate ma allagare la presenza femminile ai vertici a tutte le aziende, grandi e piccole. Il Premio Women Value Company che la Fondazione ha pensato e realizzato con Intesa Sanpaolo e dedicato alle PMI, così come il Premio promosso con Confindustria e riservato alle grandi aziende, vanno in questa direzione.

Rafforzare la cultura della parità, oltre il “rispetto farisaico delle quote”, è il nuovo e necessario mantra.

Le donne devono raggiungere la vetta per poter influire sulle politiche di welfare, per garantire parità di carriera e stipendi, per costruire una salda leadership femminile. Per dare l’esempio che si può e si deve. Serve all’economia, alla società, al Paese. Il “potere femminile” non è una rivendicazione di genere ma uno strumento di crescita e progresso.

La “girandola” di nomine nelle aziende pubbliche è oggi l’occasione giusta per indicare la direzione di marcia e dare un segnale di cambiamento. Entro il 31 agosto, il Governo Draghi dovrà assegnare circa 80 incarichi nelle società partecipate in modo diretto e altri 400 nelle partecipate per via indiretta, tra Amministratori e Sindaci. I posti sono molti, alcuni prestigiosi: parchi nazionali, autorità portuali, Enac, Cnr, Invalsi, Inapp e Infm, Covip e Ismea, oltre a ruolo da Consigliere alla Consob e all’Antitrust. E c’è anche la Rai, molto più che azienda pubblica.

Per ciascuna di queste società andranno fatte scelte che condizioneranno il futuro del Paese. Non proverò a infilarmi nei “totonomi”, mi limiterò a ribadire la linea guida generale: scegliere più donne, sceglierle meritevoli e competenti e metterle al vertice. I profili d’eccellenza non mancano e la Fondazione Marisa Bellisario da anni mette a disposizione il database “Curricula Eccellenti”.