Una decina di giorni fa si è tenuta la prima edizione degli Stati Generali della Natalità. E che non fosse un evento qualunque lo dicevano i partecipanti: non solo Amministratori Delegati di grandi imprese, giornalisti ed esperti ma due “pezzi da novanta” come Papa Francesco e Mario Draghi. E se certamente un plauso va al promotore dell’evento – Gigi De Palo, Presidente Nazionale Forum Famiglie – credo che la forza dirompente del tema abbia fatto la parte da leone e che rappresenti già un messaggio inequivocabile.

Da anni si parla di “inverno demografico” e anche noi abbiamo dedicato al tema una ricerca condotta da Alessandra Ghisleri. “Culle vuote: una guerra persa?” s’intitolava e confermava che per l’82,2% degli italiani le trasformazioni demografiche avranno un’incidenza sul futuro del Paese. Poi è arrivata la pandemia e il nuovo record negativo di nascite – 404 mila bambini nel 2020, il 30% in meno di 10 anni fa – combinato con l’elevato numero di decessi hanno aggravato una dinamica che ci pone al fondo di tutte le classifiche europee. Oggi metà degli italiani ha almeno 47 anni: l’età mediana più alta d’Europa.

«Un’Italia senza figli è un’Italia che non ha posto per il futuro, è un Italia che lentamente finisce di esistere» sono state le parole del Premier Draghi. E questo credo sia il punto. La natalità è la nuova questione sociale universale e riguarda tutti, anche chi i figli – liberamente – non li ha voluti. Perché riguarda il futuro. Se non riusciremo a rendere più sostenibile l’equilibrio intergenerazionale cosa accadrà tra una decina d’anni? Banalmente, chi pagherà le pensioni? Chi sosterrà la produttività e il Pil? Chi creerà innovazione? Chi costruirà un’economia green e sostenibile? Potremo ancora permetterci una rete di servizi sociali e la sanità sarà ancora gratuita se crolla il numero dei lavoratori?

Potrei andare avanti a lungo ma non serve. Serve piuttosto comprendere tutti che il tema della natalità è «urgente» e «basilare» per «invertire la tendenza e rimettere in moto l’Italia a partire dalla vita » come ha detto Papa Francesco. «Penso con tristezza alle donne che sul lavoro vengono scoraggiate ad avere figli o devono nascondere la pancia. Com’è possibile – ha quasi urlato il Pontefice – che una donna debba provare vergogna per il dono più bello che la vita può offrire? Non la donna, ma la società deve vergognarsi, perché una società che non accoglie la vita smette di vivere. I figli sono la speranza che fa rinascere un popolo!».

Il Governo – con il Presidente Draghi e la Ministra Bonetti – si sta impegnando per tentare di arginare un declino di cui finora ci siamo limitati a parlare. L’assegno unico universale «è una di quelle trasformazioni epocali su cui non ci si ripensa l’anno dopo» ha detto Draghi. E nel Pnrr ci sono risorse mai stanziate prima – oltre 20 miliardi – per la realizzazione di asili nido, scuole per l’infanzia aperte tutto l’anno, estensione del tempo pieno, potenziamento delle infrastrutture scolastiche, politiche attive del lavoro. È un cambio di passo importante che potrebbe (finalmente) allinearci con il resto dell’Europa in tema di occupazione femminile e spesa sociale, per l’infanzia e la famiglia.

Tuttavia, se pure esiste una relazione diretta tra numero di nascite e crescita economica, è vero che anche in società che crescono più della nostra, la natalità è in calo. Questo indica come il problema sia più profondo e abbia a che fare con la mancanza di sicurezza e stabilità. Con un deficit di speranza. Non credo sia un caso che dopo tanti anni si ricominci a parlare di aborto e crescano gli Stati che stringono le maglie: la cattolica Polonia ma ora anche la patria del liberalismo, l’America. Perché quando è la sfiducia, il pessimismo e non una libera scelta di vita a decidere per una coppia, allora lo Stato può e deve intervenire.

Si potrebbe pensare a vietare l’aborto per cinque anni – tranne ovviamente i casi di malformazione del feto o di violenza nei confronti della futura madre – e dare invece alle coppie che pensano di ricorrervi non una “mancia” ma un lavoro e una casa? È certamente una provocazione ma forse servirebbe a farci capire dove stiamo andando, qual è la direzione che vogliamo intraprendere.

Perché i figli non devono essere né un dovere né un lusso, ma una libertà. E la libertà vince sempre!