Fondazione Marisa Bellisario

IL FUTURO INIZIA OGGI, NON DOMANI

Ve lo confesso, sono davvero fiera di questo numero! Lo sono perché abbiamo chiamato i migliori esperti e chiesto loro di parlare della tecnologia più potente dai tempi della scoperta del fuoco e dall’invenzione dell’elettricità: l’Intelligenza Artificiale. E loro ci hanno disegnato uno scenario così dettagliato in tutti i suoi risvolti. Come e quanto è già nelle nostre vite e in quelle delle nostre imprese, quali le strabilianti opportunità e i grandi rischi. Con chiarezza, semplicità, ragionevolezza, ambizione. Che poi è quella dei non apocalittici, di coloro che, come me, sono profondamente affascinati da questa rivoluzione ma tengono aperti gli occhi, con una cautela attiva e propositiva, e ne seguono con trasporto tutte le evoluzioni. Rapidissime.

«La domanda da farci è: come evitiamo che le macchine prendano il controllo del mondo? Nessuno oggi ha la risposta». Lo diceva il padre fondatore dell’Intelligenza Artificiale basata su reti neurali, Geoff Hinton ed è il vento che soffiano quanti temono che l’IA possa andare fuori controllo. Prendere il controllo. Fare a meno di noi, della nostra creatività, di quello che noi consideriamo genio e che stiamo insegnando alle macchine. Delle nostre braccia ma anche dei nostri cervelli. E poi ci sono gli altri, convinti che tutto andrà bene per una ragione semplicissima ed evidente: è sempre andata così. Nessuna innovazione ha causato l’estinzione dell’umanità, nonostante ogni volta ci siano stati allarmismi più o meno realistici, piuttosto tutte hanno portato un benessere sempre più diffuso. L’apocalisse non è arrivata con la stampa, con l’elettricità, con i treni e le automobili: perché dovrebbe accadere adesso?

Ora noi non sappiamo chi ha ragione, lo scopriremo fra qualche anno: se il mondo sarà migliore e sarà iniziata per tutti «una nuova dell’abbondanza» come dice Sam Altman a capo di Open AI. O se l’unica cosa che ci resterà da fare sarà ciò che gli algoritmi non riescono a fare, come rispose qualche decennio fa il creatore di un prototipo di intelligenza artificiale: «Amare. Sperare. Disperarsi. Tutto ciò che ci rende umani».

Apocalittici o integrati, il punto è che si tratta di qualcosa di inarrestabile, inevitabile e oggi anche indispensabile perché, come dice la Professoressa Caputo, è «il cuore della transizione digitale». Non possiamo riavvolgere il nastro e in fondo non lo vogliamo, nemmeno i più catastrofisti. La verità è che le paure non sostanziano l’azione, immobilizzano. E invece serve agire. In tante e diverse direzioni. Possiamo e dobbiamo, innanzitutto, fare in modo che l’Intelligenza Artificiale non ripeta i nostri stessi errori, che non sia costruita su limitanti e limitati stereotipi, rafforzando pregiudizi insulsi e discriminanti. Possiamo e dobbiamo far in modo che sia inclusiva, che abbia dentro competenze e visioni di due generi insieme. Che non discrimini, in nessun senso. Che sia eticamente responsabile. Solo così potrà davvero essere il moltiplicatore di un’evoluzione e di una crescita sostenibile. È figlia nostra, è vero, dell’imperfezione che siamo come genere umano ma anche della genialità che sappiamo esprimere. Io sono confidente ma so anche che il suo sviluppo non lesivo dipende da noi, tutti noi.

Ma poi c’è anche un’altra direzione fondamentale come Paese, come Europa. L’Unione si è dotata del primo complesso di norme per l’intelligenza artificiale: l’AI Act, in netto anticipo rispetto a tutti gli altri Paesi che ancora non hanno regole in materia. Abbiamo fin qui vinto il campionato delle regole a tutela dei cittadini ma rischiamo di continuare a perdere quello del mercato. Come è successo con il web – creato e abitato da colossi americani – con i social e il cloud, corriamo il rischio di restare follower, vassalli non solo tecnologici ed economici ma culturali. Anche per l’Intelligenza Artificiale, Stati Uniti e la Cina guidano la partita, l’Europa è indietro. Sul fronte dei microchip, cioè i processori necessari a far funzionare l’IA, ma anche e soprattutto su quello dei “foundation models”. Soltanto Francia e Germania hanno fatto investimenti rilevanti e stanno sviluppando dei Large Language Model grazie ai quali potranno dotarsi di IA costruite sulle rispettive culture. Per questo serve, ed è urgente, una strategia industriale sull’Intelligenza artificiale. Dobbiamo mettere i nostri ricercatori e i nostri imprenditori in condizione di giocare una partita da protagonisti. E di costruire modelli che ci rispecchino. La premier non sta sottovalutando il tema, le va dato atto. Ha incontrato Gates, è stata l’unica leader a prender parte a un Summit a Londra. Forse più che dalla parte dell’ottimista Gates, sta da quella del suo amico Elon Musk («avremo un mondo senza lavoro») ma la premier è ambiziosa e intelligente, sa che il nuovo Made in Italy passa anche da qui.

«Prendetevi quel posto in prima fila nel futuro della scienza!» è uno dei tanti, bellissimi, messaggi di giovani ricercatrici raccolte in un video realizzato dal Ministero dell’Università e della Ricerca in occasione della Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, lo scorso l’11 febbraio. Prendiamocelo, il Paese, le donne. «Il futuro inizia oggi, non domani» e a dirlo era Giovanni Paolo II.

 

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2 commenti su “IL FUTURO INIZIA OGGI, NON DOMANI”

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