Fondazione Marisa Bellisario

DONNE SULL’ORLO DI UN NUOVO EQUILIBRIO

È la prima volta che Donna Economia & Potere sbarca a Bologna e a giudicare dalla straordinaria adesione, non sarà l’ultima!! Siamo tornate ai tavoli di lavoro: il segno che il momento più terribile della pandemia è finalmente alle spalle! Un nuovo inizio, una ripartenza, con un titolo provocatorio: “Donne sull’orlo di un nuovo equilibrio”.

Nell’arco di pochi mesi gli scenari – politici e geopolitici, economici e sociali – ci hanno restituito realtà e prospettive radicalmente mutate. È come se il mondo, l’Europa, l’Italia che conoscevamo fossero implosi. E nel mare in burrasca, nella tempesta perfetta in cui ci siamo svegliati, le donne si sono ritrovate sempre più spesso al timone. Il loro sguardo, da sempre rivolto al futuro, è il metro su cui misurare le scelte del presente. Un presente complesso, che ha dettato le linee guida dei nostri tavoli di lavoro. Il compito che ci attende è impegnativo. I temi scelti sono le sfide su cui si misurerà lo sviluppo futuro. E il filo rosso che li unisce è il cardine del nostro impegno.

Partiamo dal Pnrr: una straordinaria opportunità, come ripetiamo da mesi. L’occasione per chiudere divari ampi, che minano la crescita del Paese e la competitività del nostro sistema economico. Al tavolo parlerete certamente di assi strategici, obiettivi e rinegoziazioni. Quanto a me, vorrei fare con voi una riflessione sul nuovo corso impresso da questo Piano. In Europa, dove è oramai chiaro che l’interesse di ogni Stato è un’Unione più forte, capace di dare risposte comuni ai grandi rischi di oggi: energia, difesa, cambiamento climatico, denatalità, disoccupazione, migrazioni, salute. In Italia, dove per la prima volta la politica è costretta dal Pnrr a produrre infrastrutture economiche e sociali in tempi certi. Si è aperta una stagione dei doveri e di una modernizzazione fondata su nuovi equilibri sociali, territoriali, generazionali e di genere. È anche questo il senso della parola transizione, entrata nel nostro quotidiano: un processo flessibile, dove contano le idee. Che possono essere sfidate, migliorate, potenziate. «Il Pnrr non è il piano di un governo ma di tutta l’Italia» ha ribadito il Presidente Draghi.

E questo chiama in causa il tema di un altro fondamentale tavolo di lavoro: l’Italia diseguale. I numeri li conosciamo. Siamo 14 punti sotto la media europea per tasso di occupazione femminile, penultimi prima della Grecia. 1 milione di donne, pur cercando lavoro non riescono a trovarlo e 8 milioni che neanche lo cercano. Nell’ultimo anno, l’incremento delle dimissioni femminili è stato del 36.5%. E in questo contesto, un plauso va alla coraggiosa iniziativa di Intesa Sanpaolo che ha scelto di proporre a una parte dei suoi dipendenti una riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario Nel nostro Paese, in presenza di un figlio, lavora l’83,5% degli uomini e il 55.2% delle donne: un divario di oltre 28 punti percentuali, il peggiore d’Europa. Nel frattempo, in Germania l’80% delle donne con 2 figli è occupata! Il 75% dei bimbi tedeschi ha un posto al nido, contro una media del 25% degli italiani, meno della metà al Mezzogiorno. Dietro questi numeri, simili in tanti altri Paesi europei, c’è una scelta di campo, che l’Italia continua a rimandare. La scelta è se la maternità, i giovani, la loro formazione sin dai primi anni di vita sono un costo sociale o un investimento collettivo. Se la denatalità è una calamità ineluttabile o un corso che può essere invertito con politiche concrete, tempestive e lungimiranti.

E veniamo ai giovani. Il 23% dei nostri ragazzi abbandona la scuola senza arrivare al diploma, siamo agli ultimi posti in Europa per percentuale di laureati e secondo l’Ocse il Covid ha allargato ulteriormente la platea di «Neet». I giovani tra i 25 e i 29 anni che non studiano nè lavorano sono il 34,6%, la maggioranza sono ragazze. Chi si laurea in discipline STEM raggiunge un tasso di occupazione dell’89,3%. E la transizione ecologica e digitale creeranno oltre 1 milione e mezzo di nuovi ingressi in questi settori per i prossimi 5 anni. E invece in Italia solo una ragazza su 6, il 17%, è laureata in materie STEM, contro il 37% degli uomini, troppo pochi in un Paese che vuole e deve imboccare la strada dell’innovazione in tutti i settori. I fondi europei sono uno strumento che può invertire la rotta ma non bastano.

L’esempio lampante è la spirale di un Sud pericolosamente sempre più diseguale dal resto d’Italia. Pochi giorni fa la Corte dei Conti ha lanciato l’allarme: la maggioranza delle domande finora presentate per il bando di 400 milioni per l’imprenditoria femminile non viene dal Sud, cui sono destinate il 40% delle risorse complessive del Pnrr. La stessa cosa è capitata per il bando degli asili nido: il primo andato quasi deserto, il secondo non ha assegnato 70 milioni È la certificazione del fallimento decennale della politica al Sud, dove crisi sociale e disoccupazione cronica sono state usate per costruire consenso. Invece di rimuovere le cause del bisogno, di fornire gli strumenti per uscire dalla spirale perversa della dipendenza dallo Stato, si è scelto il reddito di cittadinanza, che al sud ha i due terzi dei suoi percettori e che va rivisto in generale e rafforzato nel particolare. È la trappola della povertà e spetta al prossimo governo disinnescarla.

Abbiamo bisogno, e subito, di un ecosistema che consenta di sprigionare tutte le potenzialità, e sono tante, del Paese. La resilienza della nostra industria, la sua reazione alla pandemia, i sorprendenti dati dell’export nei primi 7 mesi del 2022 ne sono testimonianza. Secondo il Fondo Monetario europeo quest’anno l’Italia crescerà come la Cina: un più 3.2%, non accadeva dal 1976. Le notizie positive però finiscono qui. Dal 2023 le stime sono di recessione per tutto il mondo e per il nostro Paese in modo più sostanziale. Siamo certamente i più colpiti dalla crisi energetica: + 110 miliardi di bolletta energetica per l’intera economia nel 2022. Il tasso di inflazione sfiora oramai il 9%. Secondo Confcommercio, da qui alla prima metà del 2023, 120mila piccole imprese potrebbero cessare l’attività, oltre 370mila posti di lavoro andrebbero in fumo. Salvare le imprese è una questione di sicurezza nazionale ha detto a più riprese il Presidente di Confindustria Bonomi. Serve un Patto per l’Italia che non solo riduca il danno ma crei le premesse per la ripartenza rimandata. Le nostre imprese sono già in condizione di accelerare sulle rinnovabili e sull’economia circolare, nella quale siamo primi. L’emergenza può diventare uno stress competitivo, una prova di maturità imprenditoriale. La deglobalizzazione in atto, che sconvolge e accorcia le catene del valore, può far emergere la flessibilità e l’inventiva delle nostre imprese, trasformandosi in un’occasione di crescita. Secondo l’ultimo rapporto di Unioncamere, per esempio, la ripresa post pandemia ha convinto il 14% di imprese femminili, contro l’11% di quelle maschili, a investire nel digitale e il 12% nel green. Domani metteremo in scena la seconda edizione di B-Factor, il contest dedicato alle startup femminili che già lo scorso anno ci ha aperto le porte di un universo vivace, competitivo, già nel futuro. Ne e è una testimonianza anche la resilienza del comparto dell’economia della bellezza, cui abbiamo voluto dedicare un tavolo. Perché proprio la bellezza, l’intreccio tutto italiano tra tradizione e innovazione, creatività e conoscenza, cultura e immaginazione, è il simbolo dello straordinario potenziale del nostro Paese.

Uscire dalle sabbie mobili della recessione economica, dell’acuirsi delle diseguaglianze, dell’immobilismo formativo si può. Il nostro appello da Bologna è all’unità. L’unità della politica, dell’economia, della società civile verso un obiettivo chiaro. Una società in cui l’intelligenza creativa non abbia genere né età. Una società verde e digitale, meritocratica e ambiziosa. Una società che ritrovi la speranza e il gusto del futuro in uno dei momenti più difficili e incerti del nostro recente passato. Quella stessa unità che ha consentito al Governo Draghi di raggiungere risultati innegabili, tracciando una direzione certa e che richiede continuità. Anche sul fronte della parità, dove la certificazione di genere, il piano asili nido, i fondi per l’imprenditoria femminile, il Family Act rappresentano un’inedita convergenza da portare avanti con convinzione. Così come la legge sulle quote di genere.

Siamo reduci da una campagna elettorale miope. Abbiamo visto partiti rincorrersi sulle promesse dell’ennesimo sussidio. Non è questa la politica che vogliamo! La Fondazione Marisa Bellisario si era rivolta a tutti i partiti, reclamando una leadership paritaria. Il nostro appello è stato ampiamente disatteso. Il Parlamento uscito dalle urne avrà meno donne del precedente: il 31%, contro il 35,3% della passata legislatura. Il primo calo in oltre 20 anni. Fratelli d’Italia è il partito che ha eletto meno donne: 50 su 185, solo il 27%. Al secondo posto, il Partito democratico con meno del 30%. Quasi il 40% di donne ha scelto di astenersi e il 27% di votare Giorgia Meloni. Di fronte a partiti che hanno disatteso fin qui tutte le promesse, l’elettorato femminile ha scelto di disertare le urne o portare al governo una donna. E alla fine, il partito a parole più femminista, il Pd, ha trovato proprio nel maschilismo la sua crepa più pericolosa. Quasi certamente, la prima donna Presidente del consiglio sarà di destra. Comunque la si pensi, per la prima volta nella storia repubblicana una donna ha costruito, da sola, in 10 anni, un consenso forte, una vittoria piena. E se da domani il voto delle donne comincerà a contare, si deve anche a lei che l’ha reso contendibile! E allora, credo anche che per noi donne sia arrivato il momento di mettere da parte le ideologie, ormai sepolte, e sperare che Giorgia faccia bene. Sarebbe un poderoso passo avanti per la leadership femminile. I primi segnali, ispirati alla sobrietà e al senso di responsabilità fanno ben sperare. Certo non basta. Vogliamo vedere un governo in cui le donne siano tante, brave e in dicasteri di peso e con portafoglio. Non vogliamo nomi di donne ma intelligenze, competenze, senso di responsabilità e rettitudine femminili. Le candidate ci sono, speriamo non rimangano ancora una volta all’angolo. La futura premier ha davanti a sé un compito titanico in uno dei contesti socio-economici più duri dal dopoguerra. E sappiamo purtroppo che un suo fallimento peserà il doppio dei tantissimi fallimenti maschili. Ma diceva Churchill “Il successo non è mai definitivo, il fallimento non è mai fatale; è il coraggio di continuare che conta”. E quel coraggio spetta a tutte noi: un varco si è aperto, ora occorre costruire una strada larga perché, lo dico da anni, il cambiamento non passa da una donna o un uomo solo al comando. E voglio chiudere proprio con il coraggio delle donne. Il coraggio delle donne iraniane, delle afghane e ucraine, oggi qui con noi, ma anche delle donne russe che sfidano il regime.

“Donna, vita, libertà” è il grido che dalle manifestazioni di Teheran ha contagiato le piazze di tutto il mondo.

È la forza delle donne che si oppone fino all’ultimo respiro alla violenza conquistatrice e alla negazione della libertà. Scrivono nel loro accorato appello alla pace le femministe russe: “Guerra significa violenza, povertà, sfollamenti forzati, vite spezzate, insicurezza e mancanza di futuro. La guerra intensifica la disuguaglianza di genere e mette un freno per molti anni alle conquiste per i diritti umani”. “La guerra non ha il volto di donna” era il titolo di un libro di un Premio Nobel per la letteratura, una donna. E allora il mio, il nostro appello da Bologna, da un seminario che 22 anni fa ebbe il coraggio di accostare le parole Donna e Potere è alla pace che solo il potere creativo e la forza delle donne può costruire.

Siamo tutti ucraini e occidentali, convinti che la Russia è ormai una minaccia globale. Siamo dalla parte giusta della storia, contro i totalitarismi e i regimi autoritari, contro la violenza e le dittature, per i diritti e la libertà. “La pace va cercata sempre e comunque” continua a ripetere Papa Francesco ma tra i grandi della terra sembra che nessuno la stia più cercando. Noberto Bobbio parlava di “pace provvisoria”, come una tregua d’armi in attesa di un evento straordinario quanto lo fu lo scoppio della prima bomba atomica. Oggi quel fantasma viene usato da Putin come potente arma di terrore e divisione. Ma Bobbio parlava anche di un “Terzo per la pace”, un intermediario che interviene per trovare un compromesso. Ecco, quel terzo oggi possono essere le donne. Le Premier e Presidenti in tutto il mondo sono 31, 15 solo in Europa, cui si aggiungono le Presidenti di Commissione e Parlamento Europei e la vicepresidente degli Stati Uniti. E fra pochi giorni anche Giorgia Meloni. Affidiamo a loro il nostro appello per la pace. Chiediamo che siano loro a tracciare la strada del dialogo, laddove finora tutti gli uomini non sono riusciti. Noi da domani lavoreremo perché questa proposta diventi realtà. E popoleremo le piazze, senza paura, come le nostre sorelle iraniane e afghane. La voce del potere femminile, insieme, può rappresentare oggi la chiave di una risoluzione per la pace, la libertà e la giustizia sociale.

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8 commenti su “DONNE SULL’ORLO DI UN NUOVO EQUILIBRIO”

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