«Il pacifismo ha grandi tradizioni e tradizioni pessime» ha scritto, a ragione, Giuliano Ferrara.

Il nostro pacifismo, quello che abbiamo esplicitato nell’appello che troverete in questo numero – firmato dalle migliori intelligenze femminili del Paese – segue la via maestra della dignità umana, il realismo e il coraggio politico, afferma il diritto internazionale, l’eguaglianza e la sovranità dei popoli. Non siamo alla ricerca di un ideale intonso di pace ma desideriamo la pace possibile e la affidiamo alla capacità diplomatica e negoziale delle donne.

È lo stesso pacifismo espresso dal Presidente Mattarella in occasione della Festa delle Forze armate: «Sono passati molti mesi senza che si intraveda uno spiraglio. Eppure la pace continua a gridare la sua urgenza. Una pace giusta, fondata sul rispetto del diritto internazionale e sulla libertà e la libera determinazione del popolo ucraino. Perché non vogliamo e non possiamo abituarci alla guerra». Una pace giusta.

E poi c’è altro pacifismo, quello che abbiamo visto sfilare per le strade di Roma. Armato di buonissime intenzioni, certo, ma anche carico di ambiguità. Si chiede la pace in Ucraina e non per l’Ucraina e la si usa, deprecabilmente, come strumento politico e di propaganda: un lusso che non possiamo concederci oggi. Perché da quando Putin ha dichiarato guerra abbiamo scoperto che non esiste terreno di scontro più fertile di quello ambiguo e controverso di una pace astratta. Chi predica la pace in Ucraina (e non per l’Ucraina) punta a un armistizio senza costi, che esclude sanzioni e conseguenze e quindi anche solidarietà piena e sostegno per la ricostruzione. È la pace della resa, comoda per chi la osserva da spettatore, che lava la coscienza ma al contempo condanna all’ipocrisia e alla sconfitta delle idee e della giustizia. Non è la nostra pace.

La nostra è la pace giusta del Presidente Mattarella e sappiamo che la giustizia non prevede l’equidistanza ma costringe a schierarsi, a prendere una posizione e contempla l’empatia, il sentire il dolore degli altri. Noi siamo scese in campo da subito, io personalmente ho portato i nostri aiuti in Ucraina e da subito ci siamo dette, e dimostrate concretamente, accanto a un popolo ogni giorno più martoriato.

Certo, lo sappiamo, questa di pace ha dei costi: schierarsi non è mai a buon prezzo. In Europa, i costi sono le ripercussioni pesantissime sull’energia, sull’economia, sulla tenuta politica del suo progetto comunitario: sono, in buona sostanza, le fondamenta dell’Europa stessa. Questa è la posta in gioco. Putin sta seminando distruzione, stanchezza, disorientamento e odio e più passano i mesi più è chiaro che siamo noi – non solo l’Ucraina ma l’Europa e l’Occidente tutto, con le sue idee, i suoi valori e la sua civiltà – il vero avversario.

Una notizia in questi giorni dovrebbe rinfocolare quanti militano per una pace giusta: la pericolosa alleanza tra Mosca e Teheran. Il patto prevede droni iraniani per aggredire l’Ucraina in cambio di consigli moscoviti agli ayatollah su come reprimere la rivoluzione delle donne. E questo mentre, dopo Mahsa Amini, è toccato a una dottoranda in filosofia cadere uccisa dalla violenza della polizia morale mentre gridava lo slogan «Donne, vita, libertà» diventato il simbolo della protesta iraniana. Il patto tra Russia e Iran svela il terremo comune delle autocrazie: indebolire le democrazie sul fronte internazionale e reprimere i diritti umani sul fronte interno.

Ancora oggi, nonostante inflazione e bollette, il costo di non difendere l’Ucraina è molto superiore al costo di difenderla. Ricordiamocelo ogni volta che vogliamo scendere in piazza.

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