«Le donne avranno la metà del potere» aveva promesso il nuovo Cancelliere tedesco Olaf Scholz e così è stato: otto ministri donne e otto uomini, il primo governo “gender equal” nella storia della Germania. Con la prima donna alla guida del Ministero dell’Interno, cui si aggiungono dicasteri di peso: Difesa, Affari esteri, Costruzioni e Politiche abitative, Cooperazione economica e Sviluppo, Famiglia, Istruzione e Ricerca, Ambiente. E se per 16 anni si è discusso del “femminismo riluttante” di Angela Merkel, questo nuovo primato tedesco chiude il cerchio e silenzia tutte le polemiche passate.

La prima Cancelliera tedesca, infatti, è stata spesso accusata di essere troppo tiepida rispetto alla parità di genere. Ed è vero che anche sulle quote di genere si era espressa negativamente ma poi ha fatto marcia indietro, prima con una legge troppo soft che non ha sortito gli effetti sperati e poi con una nuova norma che, lo speriamo, farà risalire la china del 24° posto per presenza femminile nei Cda (solo il 12,8% dei membri delle 30 maggiori società quotate a è rappresentato da donne). Il punto è che la Germania esce dal cancellierato Merkel come un Paese più paritario e inclusivo ‒ oltre che economicamente più forte ‒ con ancora molti fronti aperti ma con una eredità culturale innegabile a favore della parità.

Angela Merkel è stata per anni l’unica donna al potere in Europa e ha iniziato il suo mandato con un bastimento carico di scetticismo e ostilità. Ha superato presto ogni esame ma uno dei prezzi da pagare per rimanere saldamente in sella è stata forse la bassa esposizione sui temi della parità. E parlo di “esposizione” non a caso perché tanti analisti politici nel corso degli anni hanno sostenuto che Merkel lavorasse dietro le quinte per la parità. Magari non lo sapremo mai ma certamente un tasso di occupazione femminile del 73%, con sei punti di differenza rispetto a quello maschile ‒ contro i quasi venti del nostro Paese ‒ credo sia il manifesto più femminista che una donna al potere possa sbandierare. Senza contare che per fronteggiare un gap salariale del 21%, la Germania ha approvato la legge per la parità degli stipendi nel 2017, la prima in Europa, e che può contare su una molteplicità di misure a favore della famiglia e della maternità: dal congedo parentale previsto per entrambi i genitori senza distinzioni di genere, agli assegni famigliari fino al posto garantito negli asili nido. E una delle ultime misure è stata il primo piano a livello nazionale per la parità di genere, con interventi sui tempi di vita e lavoro e rappresentanza delle donne nelle posizioni di vertice e manageriali e nella politica.

E poi c’è l’esempio, il modello che la Merkel ha messo in campo, non solo con il suo ruolo ma con i risultati del suo esercizio. Lo ripeto da anni: le norme sono uno degli strumenti per raggiungere la parità ma solo il cambiamento culturale può farla uscire dalla condizione di straordinarietà. E in Germania, grazie a una donna al potere, quella rivoluzione è silenziosamente entrata nella mentalità tanto da lasciare in dote un governo perfettamente paritario. Perché indietro non si torna.

È la conferma di tesi per cui mi batto da anni: è dalla politica e dai modelli di leadership femminile che nasce il cambiamento, quello duraturo. Ed è dalla parità al potere che nasce un Paese forte e credibile e una società in cui il benessere, la crescita e lo sviluppo sostenibile siano alla portata di tutti.