Il 9 novembre era la giornata della Cop26 dedicata ai diritti delle donne nell’azione climatica, il cosiddetto Gender Day. E per una volta, la retorica sembra aver ceduto il passo a un cambio di atteggiamento.

Innanzitutto, perché si è registrato un vero e proprio salto culturale. Se appena due anni fa, nella Cop25, si parlava di inclusione femminile, a Glasgow si è parlato di leadership.

«Donne e ragazze sono spesso colpite in maniera sproporzionata dal cambiamento climatico e si confrontano con grossi rischi e difficoltà a causa del suo impatto, specialmente in situazioni di povertà», recita una dichiarazione firmata a Glasgow sotto l’egida di Un Women, l’agenzia delle Nazioni Unite dedicata alle donna. Un’affermazione che arriva dopo dati e storie che hanno segnato un punto di non ritorno sul tema. Per esempio, si apprende che l’80% dei migranti climatici sono donne; che alle ragazze latino americane e asiatiche spesso non viene insegnato a nuotare; che durante le alluvioni in Bangladesh molte donne sono morte per annegamento aspettando i mariti, senza i quali non potevano uscire di casa, invece di mettersi in salvo; che in Europa durante l’ondata di caldo del 2003, solo il 25% dei deceduti era di sesso maschile e negli USA durante l’uragano Kathrina nel 2005, più di metà dei nuclei familiari poveri era costituito da madri single, gettate nella disperazione dalla tempesta.

Numeri e storie che hanno scosso anche i più tiepidi e aiutato a riconoscere ufficialmente che il climate change ha un impatto diverso sulla base di fattori come età, genere, disabilità e provenienza.

E che l’approccio al tema sia cambiato lo dicono anche altri numeri: quelli della presenza femminile nelle delegazioni, passata dal 12% delle prime edizioni al 38% di oggi. E una delle donne che più ha fatto sentire la sua voce è la Prima Ministra di Barbados Mia Mottley, autrice di un discorso ispiratissimo e potente nei primi giorni dei negoziati: «Esistiamo ora. Vogliamo esistere anche fra 100 anni», ha detto in rappresentanza dei Paesi che rischiano di rimanere sommersi dall’innalzamento dei mari. «I leader di oggi non del 2030, non del 2050, devono fare una scelta. È nelle nostre mani. La nostra gente e il nostro pianeta ne hanno più che mai bisogno. Per chi ha occhi per vedere, per chi ha orecchie per ascoltare, per chi ha cuore per sentire, abbiamo bisogno di 1,5°C. Due gradi sono una condanna a morte». A proposito di leader, donne…

Già lo scorso giugno, durante il Generation equality forum a Parigi era stata lanciata la Coalizione per l’Azione femminista per la giustizia climatica, fautrice di una serie di iniziative dal valore complessivo di 139 milioni di dollari. Nel corso della Cop26 si è fatto un ulteriore passo avanti perché molti Paesi hanno colto l’occasione del Gender Day per annunciare ulteriori iniziative in quest’ambito. Il Canada, per esempio, aveva già promesso di investire 4,3 miliardi di dollari per il clima nei prossimi cinque anni e oggi aggiunge che l’80% di questa cifra sarà finalizzato anche a obiettivi in termini di parità di genere. Il Regno Unito promette invece 223 milioni di dollari per affrontare la doppia sfida del clima e della disuguaglianza di genere. Il Belgio investirà 58 milioni di dollari in cinque anni per un programma in Sahel focalizzato sui bisogni delle donne e delle ragazze.

«La lotta per il clima è molto più efficace quando le donne sono al centro dello sforzo. Dobbiamo creare un mondo dove le donne e le ragazze sono al cuore dell’azione climatica». Così il Presidente della Cop26, Alok Sharma. Un primo passo è stato compiuto, ora occorre proseguire in questa direzione e anche sulla questione climatica, Potere e Leadership femminili sono le parole chiave. Le parole del futuro. Un futuro sostenibile.