Fondazione Marisa Bellisario

Italia: la crisi fa tornare le donne al lavoro

The Wall Street Journal traccia un quadro difficoltoso per la donna italiana in tempo di crisi economica. Dieci anni fa, dopo la nascita del primo figlio, spesso l’italiana decideva  di ritirarsi dal lavoro lasciando al marito il ruolo di mantenere la famiglia, ma oggi che molti capi famiglia sono stati licenziati, le casalinghe nonostante i figli sono costrette e rispolverare i diplomi e mettersi alla ricerca di un lavoro a tempo indeterminato. La recessione, iniziata nel 2007 ha distrutto  una grande quantità di posti di lavori in tutto il mondo ma in Italia rispetto ad altre nazioni ha assunto aspetti specifici. Secondo Eurostat solo il 50% delle italiane fa parte della forza lavoro rispetto al 62% dell’UE. In Svezia il tasso è del 76,8% e in Germania del 71,5%, un gap che si spiega anche con il modello culturale che in Italia vuole la donna soprattutto sposa e madre a casa ,e anche con la  la diffusa discriminazione di genere nel mondo del lavoro. Quasi il 9% delle  donne hanno detto di essere state licenziate quando sono rimaste incinte se non addirittura costrette a firmare al momento dell’assunzione la lettera di licenziamento in caso di questa eventualità. Inoltre le italiane non hanno mai potuto contare su aiuti consistenti  nel lavoro domestico:3,7% ore in più degli uomini rispetto  alle 2,3% ore di differenza della media OCSE. Mentre il tasso di disoccupazione globale è passato al 12% dal 7,8% del 2009, in questo arco di tempo l’occupazione femminile è aumentata di 110mila unità e, nelle coppie sposate con figli, le donne diventate principale fonte di sostentamento familiare sono passate dal 5% all’8,4%. La crisi in Italia ha perciò prodotto un’involontaria rivoluzione culturale, anche perché l’età pensionabile è stata portata  dei 62 anni del 2012 a 66 anni nel 2018. Un altro segnale della mutazione  dei tempi è il fatto che adesso le donne sono alla ricerca soprattutto di un lavoro a tempo pieno (raddoppiato al 14,1% dal 7,7% del 2007). Dopo l’approvazione lo scorso anno delle “quote rosa” anche i vertici delle grandi compagnie sono costrette per legge ad aprire le porte alla partecipazione femminile e, ad affidarsi alle proiezioni OCSE, nel 2030  in Italia il tasso di lavoro delle donne nel 2030 sarà eguale a quello degli uomini. Questo consentirà al  Prodotto nazionale lordo di crescere di un punto percentuale annuo nei prossimi 20 anni.

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