Fondazione Marisa Bellisario

TUNISIA: NUOVA COSTITUZIONE VERSO LA PARITA’ DI GENERE, MA È POLEMICA CON GLI ISLAMICI DI ENNAHDA

Proseguono i conflitti tra il movimento tunisino islamico Ennahda e le formazioni politiche avversarie sulla nuova Costituzione, soprattutto in merito all’articolo 20, secondo il quale “tutti i cittadini e le cittadine hanno gli stessi diritti e stessi doveri e sono uguali davanti alla legge senza nessuna discriminazione”. ..
L’Assemblea nazionale Costituente ha approvato l’articolo 20 lo scorso 6 gennaio con 159 voti a favore su 169 votanti, introducendo così l’uguaglianza “senza discriminazioni” tra cittadini e cittadine tunisini. Le femministe tunisine, dal canto loro, hanno accolto con favore l’articolo 20. “È stato un nostro reclamo ed è una nostra vittoria”, ha detto Ahlem Belhaj, ex presidente dell’associazione tunisina delle donne.

Tuttavia, secondo Khadija Cherif, segretario generale della Federazione internazionale delle leghe dei diritti umani, il testo complessivo non è privo di potenziali ambiguità per le donne. dello stesso avviso diverse organizzazioni di diritti umani, tra cui Human Rights Watch e Amnesty International, secondo le quali i principi di uguaglianza tra uomini e donne non sono chiaramente indicati nel testo della costituzione. Rammarico è stato espresso anche per la mancanza di chiare indicazioni anti-discriminatorie in materia di “razza, colore, sesso, lingua, religione, opinione politica”.

La polemica nell’Assemblea nazionale costituente, tuttavia, è ancora in corso e riguarda in particolare il lavoro e i diritti delle donne. Un significativo numero di deputati vogliono ottenere in questo senso la parità tra uomini e donne. La deputata Lobna Jribi (dal partito Ettakatol) ha lanciato lunedì una petizione, siglata da molti deputati, per inserire in costituzione il principio della parità di genere a livello dei consigli eletti e delle autorità costituzionale, così come le pari opportunità di accesso ai posizioni di responsabilità. Lobna Jribi ha detto che fino ad ora più di 90 deputati hanno firmato la petizione. Quest’ultima verrà sottoposta alla Commissione dei compromessi in modo da apportare eventualmente modifiche all’articolo 45.

Fino a ieri, i deputati hanno potuto solo approvare l’articolo 44 prima di sospendere la sessione per consentire alle parti, tra cui gli islamisti di Ennahda, di trovare un accordo sulla formulazione dell’articolo 45 relativo ai diritti delle donne. I colloqui su questo tema sono stati infine riprogrammati per questa mattina. Il deputato del Fronte popolare, Mongi Rahoui, ha accusato Ennahda di aver rifiutato la proposta finalizzata a garantire alle donne le stesse condizioni di libero accesso al lavoro. Nel frattempo il leader di Ennahda, Imed Halim, ha detto che il partito non vuole entrare in una polemica riguardante il diritto al lavoro e le conquiste delle donne tunisine.

Certo è che lo stesso dibattito sta segnando una svolta nel mondo arabo per i diritti delle donne. Nel vicino Marocco è stato re Mohammed VI a riformare il diritto di famiglia introducendo un’effettiva parità di diritti tra uomo e donna, ma il testo tunisino che verrà sancito dalla Costituzione rappresenta un’eccezione nel mondo arabo. Del resto la Tunisia, pur senza determinare finora l’uguaglianza dei sessi, è stata sin dal 1956 il Paese arabo con più garanzie per le donne. Anche per questo, nell’estate del 2012 il progetto di Ennahda di introdurre il concetto di “complementarietà'” tra uomo e donna suscitò una levata di scudi e proteste di piazza che costrinsero il partito a rinunciarvi. Così come, nel corso dei mesi, ha dovuto rinunciare a introdurre l’Islam come fonte di diritto, in un compromesso volto anche ad arginare i fondamentalisti che hanno seminato sangue e paura nel Paese. Su pressione dell’opposizione laica, è stato votato nei giorni scorsi anche il divieto di “accuse di apostasia”. La nuova Costituzione, che l’assemblea si è impegnata ad adottare prima del 14 gennaio (terzo anniversario della Rivoluzione dei gelsomini che cacciò Ben Ali dal potere), garantisce inoltre “le libertà di opinione, pensiero, espressione e informazione”, ma non ha abolito la pena di morte. Un emendamento in tal senso è stato bocciato, sebbene dall’inizio degli anni ’90 in Tunisia non siano state eseguite condanne a morte. “Shame on us”, “Vergogniamoci”, ha commentato su Facebook la blogger e attivista tunisina Lina ben Mhenni.

MA

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