Fondazione Marisa Bellisario

IN GERMANIA UNA PROPOSTA DI LEGGE PER PARITA’ DEI SALARI

La Germania, e la Cancelliera Merkel sulle donne sembrano averci ripensato. Dopo la rigidità iniziale sulle quote di genere, infatti, il Governo tedesco ha fatto marcia indietro e oggi spinge invece l’acceleratore sulle misure di parità. Il 6 marzo, il Parlamento ha approvato una legge che dall’anno prossimo obbligherà diverse società tedesche (un centinaio) ad avere il 30% di donne nei loro incarichi dirigenziali; ad altre 3.500 società sarà richiesto di aumentare progressivamente il numero delle donne che occupano incarichi dirigenziali. Ora, invece, si discute di nuovo disegno di legge che promuovere la parità salariale tra uomini e donne. Il primo gennaio del 2015, infatti, in Germania è entrata in vigore la legge sul salario minimo, che garantisce ai lavoratori e alle lavoratrici tedesche una paga di almeno 8,50 euro lordi l’ora (prima i sindacati e i rappresentanti delle imprese decidevano autonomamente) e la proposta prevede l’obbligo per le aziende di rendere pubblici i salari dei propri dipendenti, in modo che le lavoratrici possano confrontare la loro paga con quella dei colleghi maschi. Manuela Schwesig, che è stata la grande sostenitrice delle quote di genere nei CdA delle grandi aziende, è anche la promotrice del disegno di legge sulla parità salariale. «Non sarà possibile vedere gli stipendi dei singoli colleghi, ma sarà possibile per i dipendenti controllare i propri salari con quelli di un gruppo simile», ha detto la ministra. E se nell’accordo alla base della “grande coalizione” era prevista la promozione della parità salariale attraverso un meccanismo di trasparenza degli stipendi solo per le aziende con più di 500 dipendenti, secondo Der Spiegel, Schwesig le vorrebbe estendere a tutte le aziende, indipendentemente dalla dimensione.
Gli oppositori della proposta – rappresentanti di grandi gruppi industriali ma anche qualche esponente della CDU-CSU – sostengono che porterà solo nuovi oneri burocratici, disordini e insoddisfazione ma si tratta di argomenti deboli e deludenti. Come spiega anche l’Economist, il fatto che le imprese non vogliano spiegare alle loro dipendenti perché sono pagate di meno e il fatto che trovino queste conversazioni «imbarazzanti» non fa che confermare che la disparità salariale è frutto di una discriminazione. «Il mercato del lavoro è un mercato, e come tale per funzionare bene ha bisogno che tutti i suoi protagonisti siano informati sui suoi costi e prezzi: in questo caso, sugli stipendi».
I sostenitori del progetto dicono che anche se le donne possono godere di uno spazio importante nella politica del paese, la situazione nel lavoro e nelle imprese è molto diversa. Le donne in Germania guadagnano il 22,4% in meno rispetto agli uomini, uno dei tassi più alti dell’Unione Europea: la media è del 16,4%, in Italia è del 6,7. Sigmar Gabriel del Partito Socialdemocratico Tedesco, attuale ministro dell’Economia, ha definito questo gap “una vergogna per la Germania”.
Il differenziale salariale di genere è spesso spiegato con il fatto che le donne beneficiano del congedo di maternità e che tendono a scegliere posti di lavoro flessibili per poter aver cura della famiglia (che ricade, con un automatismo ben noto, quasi esclusivamente su di loro). Questi elementi, scrive però l’Economist, non possono spiegare fino in fondo la portata del divario che persiste ben oltre gli anni in cui le donne dovrebbero aver smesso di prendersi cura dei bambini: è infatti maggiore tra le persone con un’età avanzata e tra i lavoratori/lavoratrici meglio qualificati. Chiaramente c’entrano le discriminazioni nei luoghi di lavoro, il mancato riconoscimento delle competenze femminili rispetto a quelle maschili, la mancata rappresentanza nella politica e nell’economia, il fatto che le responsabilità familiari non siano condivise in maniera equa. Le conseguenze sono diverse, a partire dal divario retributivo incide sul reddito femminile lungo tutto l’arco di vita: guadagnando meno degli uomini, anche durante la pensione, le donne sono più esposte al rischio di povertà in vecchiaia.
L’Economist cita una direttiva dell’Unione Europea del 2006 che invita gli stati membri a colmare tale divario e dice anche che più o meno tutti i paesi d’Europa hanno una qualche forma di legge contro la discriminazione. Ma tutto in linea molto teorica, perché problemi come questi hanno radici ben più profonde. Quindi, conclude l’Economist, il disegno di legge proposto in Germania deve essere considerato soprattutto come una forma di deterrente da una parte e di incoraggiamento dall’altra: non risolverà il problema ma che potrebbe spingere soprattutto le donne «a essere negoziatrici più severe di una retribuzione più elevata».
MA

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