Fondazione Marisa Bellisario

IL JOB ACT SULLA CONCILIAZIONE: PROMESSE E RISCHI

È forse la parte più importante del Jobs act, la «tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro», eppure è quella di cui forse si è dibattuto di meno. Oscurata dalla battaglia sui licenziamenti, in realtà la questione della conciliazione famiglia-lavoro rappresenta una delle leve principali per cercare di ottenere tre risultati fondamentali: migliorare il mercato del lavoro e la partecipazione femminile; rafforzare i bilanci delle famiglie e, non ultimo, invertire la tendenza demografica nel nostro Paese. Che siano problematiche da mettere in cima all’agenda, lo dicono i numeri nudi e crudi. Il tasso di occupazione delle donne in Italia è pari al 46,8% (contro il 64,6% degli uomini), tocca un minimo del 27% nel Mezzogiorno e decresce all’aumento del numero dei figli. Il 30% delle donne interrompe la sua carriera lavorativa per motivi familiari e solo quattro madri su dieci riprendono l’attività una volta stabilizzata la situazione familiare. Nel contempo, l’Italia con il 37%, ha la più alta percentuale di famiglie monoreddito d’Europa. Sul piano demografico, nel 2013 si è toccato il minimo storico di 514mila nascite, con un tasso di fecondità per donna dell’1,39, distante dal 2 che assicura la stabilità della popolazione. E arriviamo alle soluzioni pensate in merito nella legge delega, che ha ottenuto ieri il via libera definitivo al Senato con voto di fiducia.
«Il nostro obiettivo è anzitutto rendere un diritto universale il sostegno alla maternità – spiega il sottosegretario al Lavoro Teresa Bellanova –. Abbiamo avviato dunque una ricognizione per capire a quali segmenti occorra ampliare la copertura e per quali figure di lavoratrici parasubordinate vada previsto il diritto alla prestazione di maternità anche in assenza del versamento dei contributi da parte del datore di lavoro». Questo perché oggi molte donne non possono usufruire neppure delle (modeste) provvidenze già esistenti perché il committente non ha versato la relativa quota di contributi. La delega prevede anche di «incentivare gli accordi collettivi per facilitare la flessibilità dell’orario e il telelavoro». E, oltre poi a stabilire la possibilità di cedere giorni di permesso e ferie a colleghi che ne abbiano necessità per curare familiari malati o disabili, con il Jobs act si intende «promuovere l’integrazione dell’offerta di servizi per le cure parentali, forniti dalle aziende e dagli enti bilaterali, nel sistema pubblico-privato dei servizi alla persona e una maggiore flessibilità dei congedi obbligatori e parentali». Infine, il punto più importante e per alcuni versi controverso: «l’introduzione di un credito di imposta, inteso a incentivare il lavoro femminile per le donne lavoratrici, anche autonome, che abbiano figli minori o figli disabili non autosufficienti e che si trovino al di sotto di una determinata soglia di reddito individuale complessivo, nonché l’armonizzazione del regime delle detrazioni per il coniuge a carico».
In una prima versione della legge, parlava addirittura di «cancellazione» del beneficio per il coniuge a carico, poi il termine è stato ammorbidito senza però specificare meglio. Il sottosegretario assicura che «l’intenzione del governo non è cancellare la detrazione» e che il credito d’imposta «sarà aggiuntivo», anche se ammette che sul punto «c’è ancora da confrontarsi e lavorare, nulla è definito. Lo sarà entro i sei mesi previsti dalla legge delega». La questione, però, non è di poco conto. Non solo perché la detrazione per il coniuge a carico si stima riguardi oltre 5 milioni di persone, ai quali lo Stato riconosce 3,5 miliardi l’anno, ma per le sue implicazioni anche culturali. C’è infatti una scuola di pensiero che indica nelle provvidenze (peraltro scarse) oggi previste per la famiglia uno dei disincentivi all’ingresso delle donne nel mercato del lavoro. La tesi è che le detrazioni, assieme al sistema degli assegni familiari, rendano poco conveniente la ricerca di un lavoro esterno alla famiglia in particolare per quelle donne il cui marito ha redditi modesti (così da massimizzare i benefici che sono calanti al crescere del reddito). In realtà, però, la detrazione per il coniuge a carico è pari al massimo a 800 euro l’anno e, secondo dati dei Caf, ammonta in media a 60 euro al mese. Certo, in alcuni casi intervengono poi gli assegni familiari (riservati ai dipendenti a basso reddito), ma è difficile pensare che una donna rinunci a uno stipendio – ad esempio anche solo di un part-time da 500 euro al mese – per non perderne 60 di detrazione.
La questione piuttosto è un’altra: la spesa per la cura familiare a cui vanno incontro le madri che decidono di tornare al lavoro. Per coloro che non possono fare affidamento sui (benemeriti) nonni, infatti, tra asilo nido e baby sitter i costi aggiuntivi possono facilmente oscillare tra i 500 e i 1.000 euro al mese. Rendendo così «più conveniente» restare a casa, che non accettare un’occupazione se questa non assicura una remunerazione medio-alta o particolari prospettive di carriera da cogliere. Sul piano prettamente economico, dunque, i disincentivi al lavoro femminile non sono le (scarse) provvidenze a favore delle famiglie, ma il basso livello dei salari combinato all’alto costo dei servizi per la cura dell’infanzia. Oltre alle condizioni di lavoro (orari, turni, ecc.) spesso troppo rigide. Ora, se il piano del governo è trasformare la detrazione in un credito d’imposta ‘trasportabile’, cioè che la lavoratrice per un certo tempo conserva o ‘consegna’ al datore di lavoro come incentivo all’assunzione, l’innovazione potrebbe essere positiva. Anche se per l’esiguità della cifra – meno di 800 euro l’anno per ogni donna – rischierebbe di essere ininfluente. Se invece si pensasse di convogliare, in tutto o in parte, la spesa di 3,5 miliardi di euro per la detrazione del coniuge a carico sullo strumento del credito d’imposta – togliendolo dunque a chi oggi ne beneficia – si tratterebbe di una forzatura pesante. Figlia di una concezione sbagliata della parità, che di fatto nega alle donne una reale libertà di scelta tra il lavorare dentro o fuori casa, se produrre beni oppure occuparsi a tempo pieno dei figli. Come se la cura familiare fosse un’attività meramente privata, un lusso che va a detrimento della società, anziché garantirne l’arricchimento, com’è nella realtà grazie all’educazione dei figli e alla presa in carico degli anziani. E perciò da scoraggiare anziché riconoscere con provvidenze pubbliche.
Promuovere il lavoro femminile è importante per molti motivi: garantire maggiori opportunità alle donne, rendere più ‘solide’ le famiglie di fronte ai rischi di impoverimento, favorire pure le nascite, come dimostra la correlazione positiva tra occupazione femminile e figli. Ma, per dirlo con una sorta di slogan, la filosofia degli interventi dev’essere quella di ‘permettere alle lavoratrici di diventare madri, non di obbligare le madri a diventare lavoratrici’. È questione di favorire un equilibrio tra famiglia e lavoro, tra cura e professione, promuovendo finalmente una cultura della conciliazione che sappia valorizzare le donne anche per la loro specifica vocazione alla maternità. Si può provare a discutere di questo e non solo di articolo 18?

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