Fondazione Marisa Bellisario

DONNE E MAFIE: DA VITTIME A PROTAGONISTE

Dopo il successo di ‘Sdisonorate. Le mafie uccidono le donne’, il primo dossier che raccontava la storia di oltre 150 donne uccise dalle mafie, l’associazione antimafie daSud, pubblica la seconda edizione di ‘Sdisonorate’ che racconta la storia dei ruoli femminili nelle mafie, il loro coinvolgimento e protagonismo nelle organizzazioni criminali. Un dossier collettivo che mette al centro le storie di boss e aspiranti boss. Donne che hanno avuto ruoli di responsabilità e comando , che si sono fatte strada dentro una struttura maschile che sembrava fosse impossibile scalare. Alcune di loro diventano collaboratrici di giustizia, altre non si pentiranno mai. Altre ancora hanno sfidato le leggi delle mafie, inaugurando e consolidando la stagione dell’antimafia femminile. Uno sguardo di prospettiva da “vittime a protagoniste” che ha come obbiettivo quello di offrire un punto di vista originale sul presente e sulla nostra società partendo dai mutamenti delle relazioni di genere all’interno della compagine mafiosa.
Nel primo capitolo “Donne contro”, si racconta la vicenda di quelle donne che nella maggior parte dei casi, a seguito all’uccisione violenta dei propri congiunti per fatti di mafia, hanno trasformato il dolore privato del lutto in una scelta civica di protesta e ribellione. Vicende straordinarie come quella di Denise Cosco, figlia di Lea Garafalo, o di Marta Cimino, ispiratrice del Comitato dei lenzuoli nato a Palermo subito dopo le stragi del ’92. Protagoniste di un medesimo gesto di rottura sono le “Donne di mezzo” – trattate nel secondo capitolo – donne che provenendo da contesti mafiosi in cui sono nate e cresciute o con cui sono venute successivamente in contatto, scelgono di collaborare, rompendo in maniera drammatica con i loro affetti. Molte di loro hanno esercitato un ruolo attivo nell’organizzazione criminale. E’ il caso di Giusy Vitale, considerata la prima boss in gonnella, o Carmela Iuculano. Altre, invece hanno trovato il coraggio di intraprendere un percorso di fuoriuscita dal contesto mafioso non necessariamente a seguito di un provvedimento giudiziario, ma semplicemente perché hanno maturato il desiderio di una nuova vita, come nel caso di Maria Concetta Cacciola, o per ragioni familiari, con forti ricadute sociali, come è avvenuto nel caso di Lea Garofalo.
Nonostante le dovute differenze, c’è un dato che è emerso negli anni passati e cioè che “le donne parlano”. Altro aspetto che accomuna le donne che si ribellano alla mafia e data dalla condizione di violenza e sudditanza subita all’interno delle famiglie di origine. Emblematico è il caso Giusy Pesce o Giusy Multari, ridotta in schiavitù quest’ultima, e costretta alla segregazione perché ritenuta colpevole del suicidio del marito, appartenente alla famiglia Cacciola di Rosarno. Testimonianza preziosa, in quanto le sue deposizioni hanno svelato un traffico di droga internazionale, terminando 16 arresti nella cosca dei Cacciola di Rosarno, dal 2005 ad oggi.
Uno spaccato interessante è proposto dalle “Donne malamente” che assumono un ruolo di comando nelle organizzazioni mafiose. Raccontate nel terzo capitolo curato da Laura Triumbari, offrono un quadro interessante entro cui analizzare il protagonismo femminile nell’attività criminale. Definite dalla stampa sensazionalista come “le boss in gonnella” hanno assunto nell’arco di pochi decenni ruoli, considerati da sempre appannaggio dell’universo maschile. Ne raccontiamo il ritratto inedito di alcuni volti quali Erminia Giulinano, capo clan di Forcella, Maria Rosaria Schiavone, nipote di Francesco Schiavone, boss dei casalesi, Nella Serpa, chiamata la “la bionda”, la boss della cosca più temuta dell’alta Calabria.
MA

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