Fondazione Marisa Bellisario

IL TRIONFO DI SUU KYI

La lenta conta dei voti delle elezioni birmane non soffoca i festeggiamenti fuori dal quartiere generale della National League for Democracy. Si parla di 70 o 80% dei seggi vinti ma la vera certezza è il sorriso di Madre Su, come viene chiamata dal ‘suo’ popolo il premio Nobel per la Pace e Premio Marisa Bellisario. “Vogliamo la democrazia e abbiamo votato per Suu Kyi perché è la Signora della gente.”

Di Ornella Del Guasto
L’8 novembre, per la prima volta, la Birmania ha avuto le prime elezioni legislative dalla fine della dittatura. Ieri, la Commissione Elettorale ha annunciato l’esito definitivo e confermato la vittoria del premio Nobel per la Pace – e Premio Bellisario – ed esponente dell’opposizione, Aung San Suu Kyi, leader della Lega Nazionale per la Democrazia. Sono 291 i posti conquistati dal partito in Parlamento, contro i 27 ottenuti dal partito dell’Unione dello Sviluppo e della Solidarietà (Udsp), formazione politica al potere, espressione della giunta militare.
Il Paese sta subendo una straordinaria e rapida trasformazione politica e sociale: da povero, chiuso e guidato da militari, sta diventando rapidamente una società aperta, guidata dai civili e con scelte azzeccate e riforme giuste potrebbe avviarsi sulla via della prosperità. La cultura democratica è ancora allo stadio embrionale, le organizzazioni della società civile hanno scarso e impreparato personale, le istituzioni devono dare ancora prove adeguate e le grandi potenze cercano ancora di interferire, comunque si avvertono segnali di speranza e tra le grandi città, Rangoon è ancora la città più decisiva, aperta e intraprendente anche se la capitale è stata trasferita a Naypyidaw. E’ ancora diffuso e forte il partito dei militari ma quello di Aung San Suu Kyi è predominante: “solo fino a un anno fa era pericoloso per me anche solo incontrarla – dice un docente universitario e nel suo commento resta un lieve senso di ansia ma anche di soddisfazione. Oggi Aung San Suu Kyi è di gran lunga il leader più popolare del paese, ritenuta la sicura sostenitrice della democrazia e delle libertà civili e nessuno dubita della sua statura morale. Tuttavia dai giornali si avverte che non è completamente inattaccabile. Ad esempio si è attirata le critiche di alcuni analisti per il modo “autoritario” con cui gestisce il partito e l’Occidente non ha gradito il suo silenzio sulle persecuzioni contro la minoranza musulmana. È sempre molto popolare tra le masse ma gli intellettuali l’hanno ridimensionata. Dalla sua parte restano granitiche le vecchie generazioni mentre i giovani istruiti provano meno ammirazione per lei. Come mai? Perché si sta comportando come tutti i politici, muovendosi con abilità tattica, e le sue decisioni hanno spesso deluso i suoi compagni del “Movimento 8888”, dal nome delle rivolte dell’8 agosto 1988. “Il fatto è, spiega un analista, che il pacifismo gandhiano va bene per cominciare ma poi se vuoi raggiungere il tuo scopo devi essere machiavellico anche se ti chiami Aung San Suu Kyi”. Lei comunque è una politica esperta e mantiene intatta la sua moralità. L’incognita è che la sfera pubblica birmana è pronta ad accogliere nuove idee ma manca di un’adeguata classe intellettuale che faccia da tramite. L’esercito birmano non governa più ma non intende ritirarsi dalla politica ed è famoso per le sue mosse a sorpresa . Ultimamente i generali hanno rassicurato la popolazione che rispettano il risultato delle urne, che non ci sarà alcun colpo di stato e che le forze armate vogliono diventare “professionali”. Questo significa che l’esercito si farà da parte? Nessuno può dirlo. “Al momento il processo di democratizzazione sembra irreversibile ma non si possono escludere sorprese -dice un intervistato- e certo i generali non usciranno subito di scena”. ?

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