Fondazione Marisa Bellisario

A STANFORD LE DONNE SI RIPRENDONO L’INFORMATICA

Per la prima volta nella storia di Stanford -la prestigiosa università della Silicon Valley che il prossimo anno festeggerà i 125 anni dalla fondazione – le laureate in computer science o CS (in Italia Scienze informatiche) supereranno il numero di quelle in biologia, psicologia, economia o relazioni internazionali. Il calcolo è stato fatto con un sondaggio effettuato tra le giovani che hanno deciso di optare per la specializzazione in studi informatici per ottenere il Bachelor’s degree, cioè il diploma di laurea. Al completamento del percorso universitario il 30% dei laureati in CS, saranno dunque donne, una percentuale molto superiore rispetto alla media nazionale del 17%. Per tornare a questi livelli bisogna risalire agli anni ‘40 e ‘50, quando le informatiche erano il 50% del totale e sei giovani donne programmavano all’Università della Pennsylvania l’Eniac (Electronic Numerical Integrator and Computer), uno dei primi computer elettronici digitali della storia che venne utilizzato per scopi militari e poi per fini civici, come l’elaborazione dei dati di censimento e scientifici.
Sul tema è intervenuto di recente anche il New York Times con l’editoriale “What really keeps women out of tech”, che indaga i motivi del disamore del genere femminile verso la tecnologia. Alcuni studi recenti dello psicologo Sapna Cheryan hanno evidenziato come l’avvicinamento alle scienze informatiche sia favorito anche dall’ambiente in cui si svolgono le lezioni e dall’atteggiamento del professore verso gli studenti. Meno è stereotipato, più le ragazze hanno dimostrato interessa verso la materia. Cheryan teorizza che il declino potrebbe essere in parte attribuibile alla crescita delle rappresentazioni stereotipate nei film e spettacoli televisivi, dove gli informatici sono solo maschi bianchi o asiatici. A questo si aggiunge poi l’intensa a volte morbosa attenzione mediatica verso la cultura delle start-up fatta solo da geni maschili, e alle icone come Steve Jobs e Bill Gates. Per non parlare delle enormi fiere dell’elettronica e delle presentazioni online dei nuovi prodotti tecnologici, dove sul palco salgono solo e ancora i maschi.
In alcuni istituti universitari però si stanno mettendo in atto strategie diverse per attrarre le studentesse. Come dimostra l’esperienza del Mudd college di Claremont (California) dove è bastato cambiare il nome dei corsi da “Introduzione alla programmazione in Java” a “Approcci creativi per il problem solving con Python” per far aumentare la quota rosa in classe. Dello stesso tenore anche la campagna social di Isis Wenger, ingegnere americana di software che si è scontrata contro la visione sessista di chi ancora non riesce ad accettare che una donna possa fare qualsiasi lavoro e che per questo ha lanciato su Twitter l’hashtag #ilooklikeanengineer invitando le geek girl a postare il proprio ritratto scattato sul luogo di lavoro. Il mondo scientifico è dunque ancora fortemente sessista, anche se il segnale di Stanford è incoraggiante. È tempo di dimenticare Carrie Bradshaw di “Sex in the city” e vedere nascere una nuova stella che nella vita non farà la giornalista bensì la programmatrice e non vivrà a New York ma nella Silicon Valley.

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