di Afsaneh Mitus*
Delusione e rabbia sono forse le parole che meglio esprimono i nostri sentimenti. Il nostro intento era pacifico, volevamo esprimere sostegno alle nostre sorelle iraniane e l’8 marzo, la Festa Internazionale delle Donne, ci sembrava l’occasione più giusta, quella in cui avere più spazio e visibilità per la loro, la nostra, causa. Una festa per le donne, tutte le donne, ancor di più per quelle che da 47 anni vivono le vessazioni di un regime che le vuole inferiori, prive di diritti e libertà. Ma evidentemente sbagliavamo, evidentemente esistono diritti umani e femminili di serie B.
«Fuori la guerra dal corteo!» ci è stato gridato da un gruppo di attiviste femministe che poi abbiamo scoperto appartenere all’associazione donne di «Non una di meno». A quel punto, una catena umana ci ha impedito di entrare nel corteo e nel mentre ci venivano rivolti insulti. È intervenuta la polizia a dividerci, quasi che le nostre intenzioni fossero di aggressione o disturbo. Volevamo semplicemente distribuire dei volantini, con le immagini della strage di donne iraniane e parole che spiegavano quello che sta succedendo nel nostro Paese. Al di là di goni propaganda contro la guerra, di ogni pacifismo a buon mercato.
E oggi, sì, a mente lucida, posso dire di essere arrabbiata e di chiedermi dove erano quelle donne negli ultimi 47 anni di arresti, torture ed esecuzioni da parte degli ayatollah? E con che diritto usano e strumentalizzano il sacrificio di milioni di donne iraniane per manifestare la loro avversione a Trump e Israele? Se pensano che la guerra non sia una soluzione, come credono che il popolo, le donne iraniane possano uscire dall’incubo del regime? Dobbiamo continuare a farci massacrare nelle piazze?
E poi c’è, sicuramente, la delusione. Quella di una donna che ha avvertito, fortissima, la distanza da parte di altre donne, più fortunate di noi, che siamo nate nel posto sbagliato. Per anni abbiamo vissuto con sofferenza il silenzio sulla causa delle donne iraniane ma oggi non si può più tacere. Nessuno vuole la guerra ma quale strada resta? Ignorare la realtà dell’Iran o ridurre tutto a slogan ideologici significa lasciare 80 milioni di persone alla mercè di una dittatura sanguinaria.
Sono nata e cresciuta in Iran e quando ascolto il dibattito pubblico ho la sensazione che manchi una parte della realtà. Comprendo chi manifesta per la pace e nessuno più del popolo iraniano la desidera ma il prezzo non può essere il mantenimento dello status quo. La libertà non è una questione di destra o di sinistra e gli iraniani non hanno accolto con favore l’intervento americano o israeliano per questioni ideologiche. Semplicemente, chi si oppone al regime che opprime il nostro popolo viene visto come un alleato. Non c’è spazio per l’ideologia quando in gioco ci sono la vita e la libertà. Molti iraniani, molti di noi fuggiti all’estero, non la chiamano “guerra”, perché è un’operazione contro un Paese che da decenni fa la guerra al suo popolo. E fa rabbia che quelle donne, nate e cresciute in una democrazia prospera, si arroghino il diritto di parlare al posto nostro. Prima, per decenni, dimenticate, e ora usate per fare facile pacifismo! Non esistono diritti umani di serie A e di serie B. I diritti umani, e lo stesso femminismo, o sono universali o non sono tali. Il femminismo non esclude ma include, è una battaglia collettiva.
L’8 marzo, purtroppo, ho vissuto una brutta pagina ma so che tante donne italiane, tante vere femministe, sono dalla nostra parte. Le iraniane che si battono contro il velo obbligatorio, contro la repressione e contro le violenze dello Stato rappresentano una delle lotte per la libertà femminile più coraggiose del nostro tempo. Stiamo lottando anche per voi e per un occidente che resti libero.
*Attivista iraniana
