Un documento firmato da 460 donne accusa i dirigenti del partito di aver usato «cinicamente»le pluricandidature alle ultime politiche con il risultato di escludere 39 candidate e di aver favorito l’ingresso in Parlamento di altrettanti uomini. Nel documento si legge che «per la prima volta il Pd è sovrastato nella rappresentanza femminile parlamentare dal M5s e dalle destre e mentre chi ha vinto le elezioni affida la leadership dei gruppi e le cariche istituzionali alle elette, nel Pd un gruppo dirigente sempre più chiuso e muto si trincera in delegazioni e trattative di soli uomini».

Praticamente una vera e propria deflagrazione all’interno di un partito uscito a pezzi dalle elezioni. Che le donne nel partito non godessero di buona salute era già emerso plasticamente durante il primo giro di consultazioni. Mentre tutti i gruppi parlamentari “sfoggiavano” una o più donne nella loro delegazione, per il Pd solo uomini. Una forzatura che non era passata inosservata e che forse ha rappresentato l’ultima goccia di un vaso già pieno per le donne del partito democratico.

A stupire è però la modalità dell’atto di accusa. Non un documento interno, non una faccenda da squadernare dentro le mura del Nazareno ma la scelta di rendere pubblica una durissima critica a tutta la dirigenza. La promotrice è Francesca Puglisi, non ricandidata e legata all’area del ministro Franceschini. Ma, con lei, 459 firmatarie che aprono un nuovo fronte di crisi dentro un partito già lacerato. Ma non finisce qui, perché altre dieci esponenti non ci stanno a accusano le firmatarie: il loro manifesto sarebbe causato dal risentimento per essere rimaste fuori un giro e quanto alle liste, loro le hanno firmate e sottoscritte. «Stupiscono i toni contenuti nell’appello firmato da alcune donne del Pd – si legge nella nota di replica  –  che vorrebbe addirittura paragonare il nostro partito a realtà politiche, come M5s e Lega, che sono quanto di più lontano possa esistere oggi in Parlamento non soltanto dalla difesa dei diritti delle donne, ma anche dai principi democratici”.

Una brutta storia quando le donne si mettono contro altre donne. Una brutta storia quando prevalgono le correnti e appartenenze e quando l’affermazione del ruolo femminile non diventa una battaglia trasversale e condivisa. Una brutta storia quando l’acredine politica passa sopra a quello che deve essere un indiscriminato e assoluto appoggio alle cause femminili. Perché che gli altri partiti abbiano intrapreso questa legislatura meglio del partito democratico sul fronte delle pari opportunità è innegabile.  E che la vituperata Forza Italia –con una Presidente del Senato, due capigruppo donne e la Vicepresidente della Camera – abbia dato un bell’esempio di promozione delle competenze femminili è alla luce del sole. Ed è un peccato che anche questo divenga oggetto di contesa politica.

Al di là delle faide interne, della lotta per la leadership, la questione esiste eccome. Che il Pd renziano che ha varato il primo governo composto per metà da donne e avviato l’era delle presidenti alla guida dei maggiori colossi pubblici cada ora proprio sulla questione di genere sembra un paradosso.

«Nella scorsa legislatura – si legge nel manifesto – anche grazie alle primarie con la doppia preferenza di genere, eravamo il gruppo più rosa del Parlamento. Abbagliate dal primo Governo con il 50 e 50, ci siamo fidate. Abbiamo pensato: è fatta. Un errore politico fatale che non ripeteremo mai più”».

Un amaro paradosso che fa riflettere. Quando la scelta di donne non rientra in una cultura interiorizzata e condivisa, questo è il rischio: che al giro successivo la questione femminile scivoli in fondo all’agenda. Che esista ancora una “questione femminile” e che la presenza di donne continui a essere oggetto di contrattazione.

E questo è il tema su cui dibattere oggi. Senza additare il Pd, senza dare man forte all’una o all’altra fazione in gara. Il problema, giustamente sollevato dalle “non elette” democratiche è quello di una partecipazione femminile non episodica ma ben radicata nella struttura e nella vita del partito (e dei partiti). La nomina di una donna a ruoli istituzionali o interni ala dirigenza non deve essere oggetto di una scelta da despoti o di una gentile concessione. Piuttosto deve diventare un modus di far politica. Vale per il Pd e vale per tutti gli altri.

Per questo ben venga un manifesto. Che si parli di partecipazione di donne in politica non può che giovare alla vita democratica di un Paese.