di Laura Morelli*
Il dibattito sulle quote di genere torna periodicamente in Italia, ma i numeri continuano a dire che, senza una cornice normativa, la presenza femminile ai vertici resta debole. Se infatti nelle società quotate italiane le donne occupano oggi circa il 43% dei posti nei board, nelle imprese non quotate la loro presenza scende sotto il 20%, stando alla prima rilevazione dell’Osservatorio sulla Governance di CUOA Business School.
Le quote di genere, come noto, sono state introdotte con la Legge Golfo/Mosca nel 2011 che ha imposto la riserva di una quota minima di posti per il genere meno rappresentato negli organi di amministrazione e di controllo delle società quotate in mercati regolamentati e delle società a controllo pubblico segnato una svolta nella governance delle società quotate e delle partecipate pubbliche, rendendo obbligatorio un equilibrio più corretto nei board.
La discussione su questa misura è ancora viva, ma i dati mostrano che, nei contesti non regolati, il riequilibrio procede molto più lentamente. L’Osservatorio sulla Governance di CUOA Business School, realizzato con Adacta Advisory su un campione di 20.387 aziende italiane con ricavi superiori a 20 milioni di euro, restituisce l’immagine di un sistema imprenditoriale ancora sbilanciato. In media, le donne rappresentano nel dettaglio il 19% dei componenti dei consigli di amministrazione mentre i giovani, cioè i Millennials e la Gen Z, solo il 15%. Il 48% dei board è ancora composto interamente solo da uomini. La fotografia è quella di una governance ancora lontana da una reale pluralità e che indica anche un’assenza di visione e capacità di innovare.
Diversi studi hanno infatti confermato che la diversità crea valore. E non è un caso che, come evidenzia la stessa ricerca di CUOA Business School, nelle società controllate dai private equity i Millennials arrivano al 17% dei componenti dei board, contro una media generale del 14%, il 12% delle imprese con proprietà straniera e l’11% delle quotate. Perché non è un caso? Perché per definizione i private equity, cioè fondi che investono nelle aziende, le fanno crescere e le rivendono con una plusvalenza, devono per definizione creare valore e lo fanno anche attraverso l’introduzione di competenze diverse.
Il dato suggerisce inoltre che gli investitori istituzionali, che investono anche in questi veicoli, possono accelerare il ricambio nella governance, favorendo una maggiore apertura a competenze nuove e a profili più giovani.
Il rapporto mostra dunque chiaramente che dove la presenza femminile è sostenuta da regole e controlli, la quota delle donne nei board supera oggi il 40%; dove la pressione normativa manca, la soglia resta ampiamente inferiore. Questo indica che la rappresentanza femminile non si diffonde in modo spontaneo con la stessa velocità in tutti i segmenti del mercato e che le norme hanno avuto un effetto pratico nel rompere un equilibrio maschile molto radicato. La questione, tuttavia, non è solo numerica ma è soprattutto culturale. Le quote di genere hanno agito come leva di ingresso, il vero salto è però nella qualità della governance. Consigli più diversificati tendono a essere più strutturati, più collegiali e più capaci di leggere un contesto economico complesso. La sfida, soprattutto nelle imprese non quotate e familiari, è trasformare l’obbligo in evoluzione stabile, perché la rappresentanza non resti un adempimento ma diventi una componente naturale della governance.
* Giornrnalista, Educatrice finanziaria certificata AIEF
