di Giovanni Tridente*
A qualche settimana dalla pubblicazione di Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV possiamo forse permetterci un gesto controcorrente: smettere per un momento di commentarla e provare a lasciarla lavorare. Nelle ore successive alla diffusione abbiamo assistito a un profluvio di sintesi, dichiarazioni, letture quasi istantanee. Comprensibile. Ma il rischio che accompagna i documenti più attesi è proprio questo: consumarli in fretta, citarne le frasi migliori, riconoscerci in ciò che già pensavamo e passare oltre. A me interessa l’operazione opposta: non chiedere subito che cosa l’enciclica dica sull’intelligenza artificiale, ma che cosa chieda a noi una volta terminata la lettura.
La prima impressione, a bocce ferme, è che non si tratti soltanto di un’enciclica sull’IA. La tecnologia è piuttosto il contesto, la questione emergente che costringe il magistero sociale a un ulteriore approfondimento. Il soggetto reale resta l’uomo: la qualità umana dello sviluppo in un tempo in cui la tecnica è entrata nella vita quotidiana, nei processi decisionali, nell’immaginario collettivo (MH, 4).
Il cantiere
Leggendola, ho appuntato tre parole che mi aiutano a tenerne insieme il movimento: trama, cantiere, cura. La trama è ciò che riceviamo, una dottrina sociale intesa come patrimonio vivo, capace di collocare l’IA dentro una storia più lunga anziché nel presentismo che fa apparire tutto inedito (MH, 3). Il cantiere è ciò che siamo chiamati a costruire, e qui l’immagine di Neemia è decisiva: non un eroe solitario né una tecnologia provvidenziale, ma un popolo che ricostruisce, ciascuno per la propria parte. A ciascuno il suo tratto di muro, scienziati, imprenditori, educatori, legislatori, comunità (MH, 13). Una responsabilità distribuita, che non concede a nessuno l’alibi di sentirsi troppo piccolo per incidere. La cura, infine, è ciò che decidiamo di prenderci a cuore: chiede attenzione, prossimità, tempo.
Comunicare
Questa chiave è feconda per due ambiti che riguardano da vicino chi guida, informa e forma. Chi lavora nella comunicazione lo sa bene: oggi non mancano i contenuti, mancano le condizioni perché diventino comprensione. L’IA consente di produrre testi, sintesi, immagini con una rapidità un tempo impensabile, ma la velocità della produzione non coincide con la qualità di ciò che diciamo in pubblico. Non a caso il documento rilegge Babele: quando un progetto si fonda sull’autosufficienza e sulla pretesa di dominare, la comunicazione si spezza e gli esseri umani non si comprendono più (MH, 7). Una diagnosi sorprendentemente attuale, per chi vive iperconnesso e tuttavia spesso incapace di ascoltare.
Da qui una responsabilità che l’IA rende più esigente, non meno. Si abbassa la soglia tecnica della produzione e si alza quella morale della selezione. Quando prepariamo un comunicato, una lezione, una campagna, non trasmettiamo soltanto informazioni: contribuiamo a ordinare l’attenzione di qualcuno, a stabilire che cosa meriti di essere guardato. L’ecologia della comunicazione comincia allora da un gesto sobrio, rifiutarsi di pubblicare ciò che non abbiamo davvero verificato e compreso (MH, 137-138).
Educare
Sul versante educativo il documento compie un passo ulteriore: «ogni tecnologia educa chi la utilizza» (MH, 140). È un’affermazione che sposta il discorso. Non si tratta solo di educare all’uso della tecnologia, ma di riconoscere che la tecnologia, mentre la usiamo, sta educando noi: il nostro rapporto con il tempo, con la fatica, con le domande, che rischiamo di volere già risolte prima ancora di averle formulate. Per questo educare all’IA significa anche imparare a decidere quando e per che cosa non usarla. Non diffidenza verso lo strumento, ma dignità restituita al discernimento.
Le conseguenze sono concrete. In un’aula non basta autorizzare o vietare un programma: occorre distinguere quali passaggi del lavoro intellettuale possono essere assistiti dalle macchine e quali invece devono restare attraversati personalmente. Una sintesi aiuta a orientarsi, ma non sostituisce l’incontro con un testo difficile; una revisione migliora la forma, ma non genera un giudizio al posto nostro.
Un lavoro artigianale
La custodia dell’umano non avviene solo nelle grandi dichiarazioni, ma nelle micro-decisioni con cui scegliamo di non delegare tutto ciò che potremmo delegare, di non automatizzare tutto ciò che potremmo automatizzare, di non pubblicare tutto ciò che siamo capaci di produrre. Il ruolo che ci spetta non ha nulla di eroico: è un lavoro artigianale. Prendere a cuore un pezzo del cantiere, avere cura della parola, della formazione, della libertà interiore e della responsabilità pubblica. Può sembrare poco. Ma è esattamente il punto da cui ricomincia, ogni volta, una civiltà.
*Professore associato di Intelligenza artificiale applicata alla comunicazione – Pontificia Università della Santa Croce
