di Benedetta Cosmi*
«La dignità» non si stampa in 3D. Non si scambia in criptovalute, non c’è un’Intelligenza Artificiale a cui chiedere dignità su misura. I «nuovi» modi di lavorare non sono necessariamente più «umani». Nell’Enciclica “Magnifica humanitas”, firmata lo scorso 15 maggio 2026 da Papa Leone XIV spicca la stessa parola che avrebbe potuto dire un grande leader sindacale, è una dignità cristiana. Che va oltre il compenso, va oltre i mezzi C’è un momento esatto in cui le grandi transizioni storiche smettono di essere semplici passaggi tecnici e si rivelano per ciò che sono: profondi nodi antropologici. Non siamo di fronte a un’esortazione spirituale disancorata dalla realtà, ma a un’articolata decodifica del nostro tempo che rimette al centro il concetto di dignità, proprio mentre la società iper-connessa rischia di smarrirne la definizione.
Il punto politico e culturale dell’Enciclica sta proprio qui, Leone XIV non parla da sociologo del lavoro. Il Pontefice muove i passi dalle radici della Dottrina sociale, richiamando la Rerum novarum e la tutela dei lavoratori con un affondo decisivo: il Magistero riconosce nel lavoro «la chiave essenziale» per comprendere l’intera questione sociale. Riprendendo un’intuizione benedettina. Non si tratta di occupazione in termini puramente statistici, ma del fatto che la persona vi sviluppa molte dimensioni della propria esistenza. Il Papa scrive che mediante le nostre opere «… contribuiamo al progresso della società e alla costruzione del bene comune, mettiamo a frutto le capacità ricevute, miglioriamo e abbelliamo il mondo, sosteniamo le nostre famiglie, entriamo in relazioni di cooperazione e impariamo a costruire insieme, nellʼascolto e nel dialogo, qualcosa che nessuno potrebbe realizzare da solo».
È la smentita più netta dell’individualismo digitale. Il lavoro non è un semplice strumento, ma «esprime e accresce la dignità». Ed è proprio in questo legame inscindibile che il Papa riflette sul concetto di assistenzialismo. Leone XIV scrive con estrema chiarezza che «gli aiuti economici ai poveri restano talvolta necessari nelle emergenze ma non possono diventare la risposta» perché l’obiettivo deve essere «mettere ciascuno nelle condizioni di vivere dignitosamente attraverso il proprio lavoro». Il sussidio spegne e diventa un’altra forma di «privazione».
Il tempo si misura sul significato di ciò che facciamo. Se la tecnologia dà e prende tempo (per sé) ci restituisce un senso di vuoto esistenziale. Qui si inserisce una domanda spietata della transizione digitale, quella che smonta la retorica del tempo libero: che senso ha avere più tempo una volta che siamo diventati una società che non lavora, non abita, non prega, ecc. Nella transizione verso la quarta rivoluzione industriale, governata dall’intreccio tra automazione, robotica e intelligenza artificiale «…mentre lʼIA promette di dare impulso alla produttività facendosi carico delle mansioni ordinarie, i lavoratori sono spesso costretti ad adattarsi alla velocità e alle richieste delle macchine, nonostante siano queste ultime a essere progettate per aiutare chi lavora». Cioè, una volta tolto il metro della fatica, non ci è più chiaro quando possiamo sentirci soddisfatti nell’arco della giornata, diventiamo tutti bulimici. Il Papa non a caso ci invita a rallentare e ricordarci che la fretta perde per strada il senso. Invita a non soffocare le capacità innovative.
L’ultimo monito interroga la responsabilità degli Stati. Leone XIV, in un’esortazione accorata a governi, imprese e corpi intermedi, pone la domanda definitiva, quella che la politica finge di non sentire: chi ci solleva, poi, da un processo di esclusione? Se la tecnologia ci esclude dal fare, ci esclude dalla comunità. Il progresso senza un fine sociale rischia di farci sconfinare nell’irrilevanza. Un fallimento morale, non si perdono (solo) posti di lavoro ma cosa sta prendendo il posto del lavoro nelle nostre vite? L’intelligenza artificiale che studia al nostro posto, ci dà un’immensa possibilità di fare, ma fare «che cosa?». Le risposte non sono affatto necessariamente negative, come al solito conta la domanda.
*Scrittrice, opinionista Corriere della Sera
