Fondazione Marisa Bellisario

DONNE, SCIENZA E CLIMA: TRE FRONTIERE DELLA STESSA SFIDA

di Anna Rita Germani*

Nel 1962 Rachel Carson pubblicava Silent Spring, il libro che avrebbe cambiato per sempre il modo di concepire il rapporto tra sviluppo economico e ambiente. Denunciando gli effetti dei pesticidi sugli ecosistemi e sulla salute umana, Carson contribuì alla nascita del moderno ambientalismo e dimostrò come la ricerca scientifica potesse influenzare profondamente le politiche pubbliche. Oggi appare quasi paradossale che proprio gli Stati Uniti, il Paese che ha dato origine alla grande tradizione della conservazione ambientale dei Parchi Nazionali, che ha visto emergere figure come Carson e che ha ospitato alcune delle più influenti correnti del femminismo contemporaneo – dalle battaglie per l’emancipazione economica e professionale delle donne promosse da Betty Friedan (1963) alle successive riflessioni di Donna Haraway (1988) ed Evelyn Fox Keller (1985) sul rapporto tra genere e scienza – siano al centro di una crescente delegittimazione della ricerca sul clima, degli studi di genere e, più in generale, delle istituzioni della conoscenza.

A prima vista, questi temi potrebbero sembrare distinti. Eppure, negli ultimi anni, numerosi studiosi e organizzazioni internazionali (Jasanoff, 2004; 2012; World Economic Forum, 2025; World Bank, 2025) hanno evidenziato come le contestazioni rivolte alle politiche climatiche, alle iniziative per l’inclusione e al ruolo della ricerca scientifica tendano spesso a manifestarsi negli stessi contesti politici e culturali. Sebbene si tratti di fenomeni differenti, essi condividono una caratteristica comune: riguardano la produzione della conoscenza, la gestione dell’incertezza e la capacità delle società di affrontare trasformazioni di lungo periodo.

La questione assume una rilevanza particolare se osservata da una prospettiva economica. Nelle economie contemporanee la crescita dipende sempre meno dall’accumulazione di capitale fisico e sempre più dalla capacità di generare conoscenza. Innovazione, ricerca scientifica, capitale umano qualificato e trasferimento tecnologico rappresentano oggi i principali fattori di sviluppo; in questo contesto, indebolire la ricerca o limitarne l’autonomia significa compromettere una delle principali fonti di progresso di lungo periodo.

L’economia della conoscenza richiede inoltre pluralità di prospettive. Numerosi studi (Page, 2007; Wooley et al., 2010) mostrano che la diversità nei gruppi decisionali e nei team di ricerca favorisce creatività, innovazione e capacità di affrontare problemi complessi. Non si tratta semplicemente di una questione di rappresentanza, ma di qualità delle decisioni. Già negli anni Ottanta, Evelyn Fox Keller osservava come l’ingresso delle donne nei laboratori e nelle università non avesse soltanto ampliato la partecipazione femminile, ma avesse contribuito a trasformare le stesse domande poste dalla ricerca scientifica (Keller, 1985). Da questo punto di vista, il contributo delle donne alla scienza non può essere interpretato esclusivamente come una conquista sul piano dei diritti. L’ingresso delle donne nei luoghi della produzione della conoscenza ha ampliato gli oggetti di studio, reso visibili problemi precedentemente trascurati e favorito nuove modalità di lettura della realtà. In altre parole, ha accresciuto la qualità stessa della conoscenza prodotta. Non sorprende, quindi, che le principali organizzazioni internazionali (Banca Mondiale, 2025; World Economic Forum, 2025) considerino oggi la parità di genere non soltanto un obiettivo sociale, ma una leva di crescita economica.

Un ragionamento analogo riguarda la transizione ecologica. Essa viene spesso descritta come una sfida prevalentemente tecnologica, ma è in realtà una trasformazione economica, sociale e istituzionale di portata storica. Richiede investimenti, innovazione, nuove competenze e nuove forme di governance. Tuttavia, le donne continuano a essere sottorappresentate in molti dei settori strategici della transizione verde, dall’energia alle discipline STEM, fino ai vertici delle organizzazioni che definiscono le strategie industriali e ambientali (European Institute for Gender Equality, 2025). Questa sottorappresentazione non rappresenta soltanto un problema di equità. Comporta anche un costo economico significativo:

in una fase storica in cui la capacità di innovare dipende dalla valorizzazione di tutte le competenze disponibili, escludere una parte rilevante del capitale umano significa ridurre il potenziale creativo e trasformativo di una società.

In questo scenario, il legame tra donne, scienza e clima assume un significato che va ben oltre ciascuno di questi ambiti considerato singolarmente. Esso riguarda la qualità delle istituzioni, la capacità di produrre innovazione e la possibilità di affrontare le grandi trasformazioni del nostro tempo attraverso decisioni fondate sulla conoscenza e sull’inclusione.

Oltre sessant’anni dopo Silent Spring, la lezione di Rachel Carson conserva una sorprendente attualità. Le grandi sfide del XXI secolo, dalla crisi climatica alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale, fino alle trasformazioni demografiche, richiedono ricerca scientifica, capacità di innovazione e pluralità di prospettive. Per questo la difesa della scienza, la partecipazione delle donne ai processi decisionali e la lotta al cambiamento climatico non rappresentano obiettivi separati. Sono investimenti strategici nella capacità di un Paese di generare innovazione, valorizzare pienamente il proprio capitale umano e rafforzare la qualità delle decisioni pubbliche e private.

*Professoressa di Economia Politica, Sapienza Università di Roma

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